Tratto da Giustizia Giusta del 20/11/08 di Gianluca Perricone
Quando ho realizzato questa chiacchierata con Silvia Tortora, era il giorno del suo compleanno. Con lei abbiamo provato a sviluppare qualche considerazione su una delle
vicende giudiziarie più incredibili della storia d’Italia che ha coinvolto il padre Enzo divenuto, suo malgrado, il simbolo “per eccellenza” della nostrana malagiustizia.
La ringraziamo per la disponibilità che ha dimostrato nel rispondere alle domande.
Cosa ha lasciato in lei, come donna e come figlia, quella terribile esperienza conclusasi drammaticamente vent’anni fa?
«Ha lasciato in me una grande ricchezza. Di solito si pensa a queste vicende come ad un qualcosa che segna profondamente e dolorosamente. E’ stato tutto questo, ma è stato anche la possibilità di entrare in contatto con la parte sana di questo Paese, cioè tutte quelle persone che sanno cosa significa capitare in quel “film dell’orrore” che è la malagiustizia italiana».
A proposito di Paese, scriveva testualmente suo padre: “Un Paese che non vede la propria vergogna, è un Paese peggio che cieco. Un Paese che, accecandosi, vive felice e io non riuscirò mai a tollerarlo”...
«Questo è stato scritto da mio padre in un momento dolorosissimo della sua vita. Però questo “Paese cieco ed accecante” era riferito non ai governati, ma a chi governa.
Il nostro è un Paese spaccato in due: persone perbene che sono (spero, mi auguro) la maggioranza, insomma il Paese legale, la faccia pulita dell’Italia; e poi c’è un Paese “per male” che purtroppo convive con l’altra parte. Sono le due facce di una medaglia.
Mio padre aveva assolutamente ragione quando se la prendeva con la “cecità”: ma se tu non hai gli strumenti per leggere – perché i giornali non lo scrivono, perchè le televisioni non lo dicono – come fai ad informarti su quello che accade realmente in questo Paese?»
Ho avuto l’onore di intervistare suo padre subito dopo la fine della sua vicenda giudiziaria. In quell’occasione ricordo di aver sentito un uomo forte, un uomo deciso, un uomo anche contento di aver vinto la sua battaglia, ma anche un uomo molto amareggiato.
Secondo lei, perché contro suo padre tanti pentiti, tanti giornali (secondo il Corriere della Sera suo padre era addirittura anche proprietario di uno yacht): perché in tanti contro Enzo Tortora?
«Intanto non li chiamerei pentiti ma venduti perché era una lotteria: chi raccontava cose su Tortora veniva messo in condizione di stare in una caserma, accudito, faceva telefonate ricattatorie, continuava a fare “la bella vita”. Era una specie di gioco: “chi più ne sa, più ne metta e noi vi incentiveremo”. A delinquenti incalliti veniva permesso di ricevere dei benefici basati sulla menzogna: questo era consentito loro e questo loro hanno fatto.
Punto secondo, i giornali. Enzo Tortora era una persona antipatica, era un uomo colto e di grande successo, faceva una trasmissione con la quale era in contatto con diversi milioni di italiani ogni settimana, non la mandava a dire ed aveva il coraggio delle sue idee, e quindi raccolse nell’arco della sua carriera moltissime inimicizie professionali basate sull’invidia, sul fatto che spesso alcuni giornalisti sono dei poveretti che non esisterebbero come uomini se non firmando i loro “pezzucci”, e quindi fu un giochino quasi elementare: chiunque avesse un motivo di rancore - professionale, caratteriale – nei confronti di questo signore lo manifestò. Tranne quei grandissimi, pochissimi e valorosissimi che gli furono accanto: vorrei sottolineare che il primo fu Enzo Biagi che nel 1983 scrisse per Repubblica una cosa meravigliosa che si intitolava “E se Tortora fosse innocente?”; vorrei ricordare le cronache del Corriere della Sera fatte da Vittorio Feltri che raccontò delle bottiglie di champagne che si stapparono la sera nella quale mio padre venne condannato a dieci anni; Giorgio Bocca che parlò di caso di “macelleria giudiziaria”. Erano uomini, erano giornalisti con la schiena dritta. Comunque trovo “normale” il comportamento avuto da chi scriveva contro mio padre: evidentemente la loro schiena era “meno dritta”».
La sera dell’11 settembre 1986 suo padre pronunciò, rivolto ai giudici, la frase «Io sono innocente, spero di cuore che lo siate anche voi»…
«Questa era una frase emblematica: lui aveva la certezza della sua moralità e della sua estraneità ai fatti che gli venivano addebitati, si augurava che anche costoro avessero una coscienza perché lui sapeva benissimo di cosa era accusato, ma non sapeva chi fossero gli uomini che aveva di fronte, chi erano gli uomini che portavano avanti la pubblica accusa. E’ una frase con la quale si può definire la storia della giustizia italiana: non è una categoria avulsa da critiche e da comportamenti poco corretti».
Io vorrei intitolare questa intervista “Per non dimenticare: intervista a Silvia Tortora”. Secondo lei il Paese ha dimenticato la vicenda di suo padre?
«Assolutamente no. C’è una parte dell’Italia, quella sana e composta da persone perbene, che ogni qualvolta si parla di mio padre mi riempie di messaggi, di ricordi, di “carinerie”. Anche perché noi spesso ci fermiamo all’immagine B, al “lato B”. Il “lato B” di mio padre è quello di essere stato vittima dell’ingiustizia. Il suo “lato A”, invece, è quello di un giornalista che ha creato – credo – le cose più straordinarie della storia della televisione pubblica italiana, che non si è mai svenduto al miglior offerente ed ha sempre portato avanti le sue battaglie fottendosene di chi fossero le sue controparti: esistono due persone che poi si fondono in un unico uomo».
E lui ha pagato anche per questo secondo lei?
«Certamente sì. Era un “rompiballe”, era un uomo anche colto, altezzoso, non frequentava il mondo dello spettacolo, preferiva andare a letto con i suoi libri: era un uomo assolutamente non accomodante che il potere non ha potuto mai plasmare e plagiare, perché mio padre era assai difficile che scendesse a compromessi».