Il terrorismo avrà fine solo quando tutti questi assassini, perché parliamo di assassini e no di “giustizieri”, resteranno a marcire in galera e no a pavoneggiarsi in Tv, scrivere libri o occupare posti di responsabilità.
Come si può permettere a gente che ha ucciso i sogni di una persona e della sua famiglia a dire delle eresie come queste?
Non possiamo dimenticare che i brigatisti sono stati coinvolti in fatti di sangue lucidamente e per proprio volere, quando escono di galera sul loro cedolino di rilascio c’è scritto “fine pena”, quando la pena dei figli, delle mogli, dei fratelli o dei genitori dell’assassinato non avrà mai fine, nessuno potrà mai colmare il loro dolore.
La diversità di "compenso" tra chi uccise e chi è stato ucciso è insanabile.
Tratto da Il Giornale e scritto da Luca Telese il 28/09/08
Arrivi alla Casa del Libro pensando che la notizia sarà la contestazione di un ex brigatista. Ma non è così. A fare notizia sono le parole dell’ex brigatista, Valerio Morucci, che approfitta della presentazione del suo ultimo romanzo parabiografico (Patrie galere, Ponte alle Grazie) per parlare della sua esperienza detentiva, ma anche di libertà di espressione, di regimi più o meno totalitari, del problema di cittadinanza degli ex brigatisti. E quindi, nel pieno di un dibattito a tre, introdotto dal direttore di Liberazione Piero Sansonetti e intervistato-presentato da una giornalista come Federica Sciarelli, la conduttrice di Chi l’ha visto?, Morucci cesella due affermazioni che sicuramente non passeranno inosservate. La prima prende spunto dalla contestazione del presidente dell’associazione delle vittime Domus Civitas, Bruno Berardi: «La contestazione della libertà di espressione non può avvenire in una democrazia, ma solo negli Stati etici, nei regimi totalitari. Purtroppo in questi tempi, e sono state le cariche più importanti della Repubblica, da molte voci è arrivata questa posizione: “Tu non puoi parlare”. Io lo considero un anticipo di Stato totalitario». Il riferimento, nemmeno tanto velato, alle cariche della Repubblica è ovviamente per il presidente Giorgio Napolitano, che si è espresso pubblicamente sull’opportunità del silenzio per chi si è macchiato di reati di sangue. Ma Morucci si spinge più in là, e, con il gusto della provocazione che gli è proprio, si diverte a giocare con il paradosso: «Queste provocazioni continue, questa messa in discussione dei diritti civili più elementari, mi inquieta. Mi fa pensare non tanto al regime fascista, perché nel 1922, soprattutto grazie al ministro Bottai, c’era un regime che garantiva una grandissima libertà di espressione. A me sembra, invece, che con la morale repressiva e autoritaria di chi vuole negare a qualcuno il diritto di parola, ci avviciniamo molto di più al 1984 di Orwell».
La cronaca della serata, dunque, spiazza. La contestazione annunciata che dà spunto alla riflessione amara di Morucci è in realtà molto civile e molto dimessa. Berardi, che aveva annunciato una sorta di sit-in con i familiari delle vittime della strage di via Fani, arriva in realtà davanti alla sede della Casa del Libro, dove si teneva la presentazione, accompagnato soltanto da un portavoce. È arrabbiato, ma prima ancora che con Morucci, con l’amministrazione comunale e con le istituzioni: «Questo signore è stato il carceriere di Aldo Moro, non è possibile che faccia soldi con la memoria delle vittime. Ma soprattutto non è possibile che presenti le sue opere in una sala comunale, in uno spazio messo a disposizione dalle istituzioni. A noi, familiari di chi è caduto negli anni di piombo, spesso hanno negato delle sale per presentare dei libri che parlavano delle nostre storie». Berardi più parla, più si infervora: «Avete capito? Io non osteggio tanto chi presenta il libro, ma soprattutto il Comune che gli mette a disposizione lo spazio. Ne faccio un discorso di principio, noi vittime siamo dimenticate, ce ne stiamo chiuse in un recinto come le pecore, mentre loro, gli ex assassini, se ne vanno in giro come i lupi». Questa sorta di conferenza stampa volante si trasforma in una sorta di botta e risposta in diretta, perché, più o meno a metà del discorso di Berardi, dalla sala esce Federico Scanni, dirigente dell’associazione Ciak ’84, organizzatrice della rassegna che ospitava la presentazione di Patrie galere. L’associazione, tradizionalmente progressista, e di sinistra, finisce per prendere le difese del sindaco Alemanno: «Guardi, Berardi, in questo evento il Comune non c’entra nulla, e non ci mette bocca. Perché è organizzato dentro gli spazi della Casa della Cultura, ma con una nostra piena autonomia artistica e culturale. Quindi, nel caso, se la deve prendere con noi». Il portavoce di Berardi, a questo punto, quasi si arrabbia: «Ma scusi, loro l’elenco dei relatori ce l’avevano? E allora, i casi sono due. O non hanno visto il nome di Morucci, oppure hanno sbagliato a non intervenire. Ripeto: noi poniamo un problema di metodo».
Dentro, intanto, con una sala piena, il dibattito va avanti. Sansonetti sostiene che nel libro si capisce che «la cultura della penna sostituisce la certezza del diritto», mentre la Sciarelli, con piglio da intervistatrice navigata, pone a Morucci le domande che senza saperlo Berardi gli sta rivolgendo fuori: «C’è chi le chiede, che diritto ha un ex brigatista a fare soldi?». Morucci sospira, fa una pausa. «Primo, se non sei Bruno Vespa, soldi con i libri non ne fai. Secondo, qui entriamo nel diritto e nella libertà di espressione. E credo che questo discorso degli ex brigatisti che non possono scrivere, sia molto pericoloso. Perché finisce per negare il diritto di chi i libri li compra, e di chi i libri li vuole leggere». Poi, l’ex telefonista del caso Moro aggiunge: «Se poi in questi libri, venissero scritte cose indegne o infami, sarebbe giusto che ci fosse una reazione. Ma la censura a priori, quella no, quella non si può fare», risponde a Berardi. Ma parla anche, e soprattutto, a Napolitano e a chi ha condiviso la sua denuncia.
A costo di farmi ghettizzare come monotona e ripetitiva ma questo post lo dovevo fare...«COLLABORARE CON IL PDL» - «Proprio per non far la fine de La Margherita - è la replica della Santanchè - mi dimetto da portavoce nazionale e ritiro la mia mozione che, come è noto, propone di aprire il partito a collaborazioni con il Pdl, proprio come abbiamo fatto a Trento, per le prossime elezioni, con Marco Zenati, uno dei firmatari della mia mozione». La Santanchè ritiene che «per non rimanere confinato in un'area di estremismo extra parlamentare di vago nostalgismo» il partito dovrebbe «stringere alleanza e collaborare responsabilmente con la coalizione di centrodestra» al governo. Fra i suoi obiettivi «combattere senza indulgenza ogni forma di razzismo e di violenza», «provare a recuperare alla democrazia quei giovani che ancora oggi si radunano sotto le bandiere di un sedicente e lugubre nazifascismo invece di giustificarli con argomenti più o meno ambigui» e seguire «il cammino delle riforme che l'attuale governo sta portando avanti nell'interesse del nostro Paese».
... quando solo 5 mesi fa ...
Dal Corriere del 11/04/08
ROMA - «Sarei pronta a farmi uccidere pur di portare avanti La Destra e la Fiamma Tricolore». Così la candidata premier, Daniela Santanchè, dal palco allestito in piazza della Rotonda a Roma, in occasione dell'ultimo comizio elettorale di partito. «Noi siamo quelli che non si vergognano del nostro passato - ha detto ancora alla folla presente la Santanchè - siamo quelli che il 'male assoluto' è solo il diavolo e siamo quelli che non dobbiamo chiedere scusa a nessuno. Noi siamo quel partito incazzato con la bava alla bocca. Siamo quelli che non guardiamo in faccia a nessuno, che siamo stati vicini a quel ragazzo (Quattrocchi, ndr) che ha detto 'vi faccio vedere come muore un italiano'. Siamo quelli che non abbiamo votato l'indulto, e non siamo moderati perchè a voler essere moderati a tutti i costi alla fine si diventa modesti».
NON VI TRADIRO'- «In Parlamento non vi tradirò perchè so che cosa vuol dire essere traditi - ha continuato Santanchè dal palco di piazza della Rotonda - sono orgogliosa di essere qui con voi, voi siete i ragazzi del fare e quelli che da sempre si preoccupano del diritto alla casa con il mutuo sociale». Poi ha attaccato Veltroni: «Dovete trovare il coraggio di chiudere con la stagione di Veltroni che dopo essere stato sindaco di Roma aveva detto che sarebbe andato in Africa, invece l'Africa l'ha portata qui». Santanchè si è detta poi certa che con Storace e Buontempo il Comune e la Provincia di Roma cambierebbero volto. «Su questo palco - ha continuato la candidata premier del partito - c'è l'unico uomo (Storace, ndr) che ha saputo battere la sinistra, il primo uomo di destra alla regione». La candidata premier della Destra dice alla folla, tanti anche i giovani, di «non promettere il posto fisso ai ragazzi, nè le pensioni agli anziani». «Noi non abbiamo soldi da darvi - ha osservato - abbiamo solo la nostra fede, il nostro credo. Vogliamo ridare l'Italia agli italiani. Dio, la patria e la famiglia, devono essere le parole scolpite nel nostro cuore». Daniela Santanchè ha dunque concluso il comizio gridando «viva l'Italia, viva La Destra», mentre i militanti hanno acceso torce da stadio sulle note dell'Inno a Roma'del 1936. In tailleur nero e tacchi a spillo rossi, Santanchè ha dunque lasciato piazza della Rotonda con la bandiera dell'Italia avvolta intorno al collo, seguita dal figlio e dalla candidata per La Destra Paola Ferrari.
Tanti anni fa
Ecco il Bronx in cui sono costretti a vivere i "borghesiani" (potete leggerlo QUI).
Giustamente i cittadini di quella zona chiedono più controllo, vorrebbero i militari a vigilare sulla loro sicurezza e come biasimarli? Ma io, sinceramente, ho un'idea più gagliarda.... perchè non facciamo costruire un ponte anche lì e adottare le stesse norme di sicurezza Veneziane?
C'è chi arriva con molte difficoltà e restrizioni alla fine del mese se non alla terza settimana, c'è chi lotta tra la vita e la morte perchè trovato gravemente ferito di notte per strada e i familiari per tempi burocratici non posso sapere neanche la dinamica dei fatti e capire quello che è successo, c’è chi vede scipparsi le borse al mercato o la pensione fuori agli uffici postali, c’è chi ha paura di non riuscire a trovare posto per la propria auto vicino casa perché ha paura poi di andare al portone sola e di notte… ma tutte le attenzioni che si danno alle cose “inutili”, i cittadini non le meritano?
Penso che questo articolo non abbia affatto bisogno di altre parole, si commenta da solo!
Scritto da Roncone Fabrizio tratto da Il Corriere del 22/09/08
Lei è quella della foto. La foto che ha fatto il giro del mondo. Lei è quella che esulta, pugni chiusi e braccia al cielo. Arriva la notizia che la Cai si tira fuori, che la trattativa è saltata, e lei esulta. In divisa, con il foulard. Bella faccia, bel sorriso da hostess incosciente. O no? «Incosciente è il governo. Non io. Io l' ho votato, a Berlusconi, ma ora sono profondamente delusa». Arrabbiata. «Molto arrabbiata». Quindi non è stata, come ha spiegato qualche alto dirigente sindacale, una crisi di euforia dovuta solo alla stanchezza? «C' è un po' troppa gente che parla, e decide, per noi, senza sapere e senza capire. Ora le spiego perché sono ancora convinta di aver fatto bene, l' altro pomeriggio, a festeggiare il fallimento di quello schifo di trattativa». L' assistente di volo Maruska Piredda ha 32 anni, e una figlia di 11; è stata assunta in Alitalia a tempo indeterminato un anno e mezzo fa, dopo averne trascorsi otto da precaria. «Una storia, in fondo, come tante». La riassuma. «Maturità classica a Rovigo, laurea in lingue a Bologna. Poi una figlia, il padre che sparisce, e io che spedisco un po' di curriculum: Klm, Alitalia, Meridiana, Volare. Qualcuno mi risponde che non si assume un' hostess con una figlia. I figli sono un problema. Invece Alitalia mi chiama. Selezione di massa, eravamo in cinquemila. Alla fine, però, mi prendono». Come precaria. «E qui arriviamo già al cuore del problema». Continui. «Per capirci: da precaria, lavorando 90, a volte 94 ore mensili, guadagnavo 2500 euro. Secondo il nuovo contratto, invece, non solo sarei dovuta arrivare a 100 ore, ma avrei pure dovuto guadagnare di meno». Di meno quanto? «Mille euro, all' incirca».
Traduzione: lavorando 3, a volte 3,1 ore al giorno guadagnavo 2.500 euro. Secondo il nuovo contratto, invece, non solo sarei dovuta arrivare a 3,3 ore ma pure guadagnare di meno.
Per dirne una, un redattore di prima nomina in un giornale di euro ne guadagna meno di 1.600 al mese e di ore ne lavora oltre 140. Traducendo: 7,12 ore al giorno. (tratto da Il Giornale)
Maruska Piredda poi si ferma, nel suo ragionamento, torna indietro: e comincia a raccontare i suoi otto anni da precaria. «Natale, Capodanno, Pasqua, Ferragosto: ho lavorato sempre, e sempre distante da mia figlia. La portavo dai miei genitori, a Rovigo, e lì un bacio, ciao bambina, torno presto: poi di corsa a Milano, per salire sull' aereo, destinazione Miami, Mosca, mezzo pianeta. E lasciamo stare di quando mi facevano stare di base a Roma: prendevo il treno, perché ai precari nemmeno mezzo biglietto aereo agevolato, e andavo a Rovigo, stavo lì un pomeriggio, e poi di nuovo giù, a Roma, infilati la divisa, sali a bordo...». Una vita faticosa. «Diciamo che ho dato tanto a questa azienda, e non sopporto di essere trattata come un numero, un oggetto». Infatti, un anno fa, è anche diventata delegata sindacale della Fit-Cisl comparto volo. «Ma quando, l' altro pomeriggio, sono andata insieme agli altri colleghi sotto palazzo Clerici, a Milano, dove s' è tenuta la prima e ultima assemblea della Cai, avevo ben chiari gli errori commessi dal mio leader, Raffaele Bonanni». Meglio Guglielmo Epifani, che ha tenuto. «Sì, meglio. Almeno lui ha avuto la forza di dire che in una trattativa non esistono lavoratori di serie A e di serie B». No, non è pentita. «Insiste?». È che la gente si chiede: ma come, la mandano in cassa integrazione, e se ne sta lì, tutta contenta a festeggiare? «Guardi, la cassa integrazione è una tragedia, ma ben peggio sarebbe stato firmare quel contratto. Non sarei riuscita a prendere sonno la notte». Lei è un po' drastica. «No, è diverso: è che ho una dignità. Il lavoratore deve avere una dignità. E invece quelli pensavano di poter calpestare insieme, sia la dignità che le divise. Un po' troppo, non trova?». Intanto ora c' è la cassa integrazione. «Infatti mi sto guardando intorno». Sta cercando un altro lavoro? «Secondo lei, se Alitalia mi lascia a casa, io e mia figlia come mangiamo?». Prima diceva di aver votato per il Pdl. «Sì, certo. E sa cosa pensai quando, ai tempi della cordata Air France, Berlusconi intervenne dicendo: "Ma che diamine, non possiamo svendere così il Paese..."? Pensai: oh, quest' uomo avrà pure qualche difetto, ma senti come parla di noi e dell' Italia». Gli imprenditori impegnati nella Cai sono comunque stati sollecitati, se non addirittura convinti, dal premier... «È una cordatuccia. E poi, scusi: io me lo ricordo, io l' ho sentito Berlusconi mentre in campagna elettorale si riempiva la bocca di tanti bei concetti sul valore della famiglia, dei figli... e le nostre, adesso, di famiglie? E i nostri di figli?». Quasi un' ora di intervista. Per poi finire ai saluti, a dirle in bocca al lupo, non perda la fiducia, non si sa mai (e lei deve saperlo, e bene. Sugli appunti è rimasta una frase. «Un' offerta della Lufthansa? Beh, vediamo, speriamo...». Ha usato un filo di voce: come in volo, quando hai paura dei vuoti d' aria e ti dicono di non preoccuparti, di stare calmo, perché è tutto, davvero, sotto controllo)
Tratto da Il Corriere del 19/09/08
Non c'è poi molto da stupirsi se è andata come è andata: è la storia degli italiani che racconta il loro autolesionismo. C'è chi si sforza di imprimere una svolta al senso di marcia, ma è difficile svoltare a questa velocità senza il rischio di ribaltamento.
Ecco accontentato il vasto pubblico di "sinistra" che aspettava con tanta ansia, come se fossero le risposte delle analisi di una malattia rara, le parole di Giorgia Meloni in risposta alle affermazioni di Gianfranco Fini.Carissimi,
credo che a nessuno di voi sia sfuggito il tentativo di strumentalizzazione messo in atto sulla antica diatriba fascismo-antifascismo ai danni di Azione giovani, anche per qualche nostra ingenuità.
Ero convinta che il comportamento di migliaia di ragazzi nell’incontro con il presidente Fini ad Atreju avesse rivelato alla politica e al mondo dell’informazione qualcosa di più del nostro modo di essere e di pensare. Così non è stato. Così non si è voluto che fosse.
Ritengo dunque opportuno intervenire, anche per non essere ingiustamente attaccati in nome di cose né dette né pensate.
Non cadete nel tranello. Siamo stati e restiamo gente che crede nella libertà, nella democrazia, nell’uguaglianza e nella giustizia.
Siamo quelli che ogni giorno consumano i migliori anni della propria gioventù per difendere questi valori, al punto che se oggi qualcuno si mettesse in testa di reprimerli – come avviene in Cina, a Cuba o in altre parti del mondo – noi li difenderemmo con la vita. Sono i valori sui quali si fonda la nostra Costituzione e che sono propri anche di chi ha combattuto il fascismo.
Certo, c'è stato anche un antifascismo "militante" in nome del quale sono stati uccisi presunti fascisti e anche antifascisti, sono stati infoibati vecchi, donne e bambini, sono stati eliminati ragazzi di sedici anni che avevano come unica colpa quella di far parte della nostra organizzazione. Certo, ancora oggi, in nome dell’antifascismo "militante" ad alcuni di noi viene impedito di andare a scuola, all’università, al cinema.
Si tratta della mia obiezione ed è la stessa di Gianfranco Fini che, ad Atreju, ha operato questa distinzione, parlando di un antifascismo democratico e uno non democratico, ovvero di una parte di questo fenomeno nei cui valori ci riconosciamo e di un'altra parte le cui gesta sono distanti anni luce dai principi nei quali crediamo (e nei quali dovrebbe credere anche l'altro antifascismo). Noi rifiutiamo ogni forma di violenza, oppressione e intolleranza.
Gianfranco Fini ha operato questa distinzione senza soffermarcisi perché voleva che il suo giudizio sul fascismo fosse chiaro, netto, definitivo. Sapeva che molti di noi sarebbero stati feriti da questo atteggiamento, ma non ha voluto blandirci come fossimo ragazzini inconsapevoli. Sapeva di avere davanti gente piena di dignità, giovane e matura nello stesso tempo. Ed è quello che siamo.
E allora guai a offrire pretesti a una sinistra terrorizzata dall'impossibilità di utilizzare ancora contro di noi quella carta jolly rappresentata dall'accusa di fascismo. Guai a farci mettere ancora sotto accusa da chi, per storia, ha decisamente poche lezioni da offrire. Così da poter essere finalmente noi a chiedere conto del perché, ancora oggi, non una parola di solidarietà venga spesa dai sedicenti democratici quando i ragazzi di Ag vengono aggrediti o le loro sedi date alle fiamme.
E adesso, per favore, basta.
Basta con questa storia del fascismo e dell’antifascismo. Mi rivolgo a tutti, dentro e fuori da Azione Giovani, dentro e fuori da An, dal Pdl, da Montecitorio, dalla politica italiana intera. Pietà! Siamo nati a ridosso degli anni ’80 e ’90, siamo tutti protesi anima, cuore e testa nel nuovo millennio. Dobbiamo respingere insieme questo tentativo di rinchiudere quella meravigliosa gioventù che svolgeva poche ore fa la più grande manifestazione giovanile d’Italia in uno spazio angusto di quasi cento anni or sono. Ragazzi, stiamo vincendo e questo non va giù a una sinistra sempre più priva di risposte concrete e suggestioni efficaci. Che ha completamente perso il contatto con la nostra generazione e ora cerca di costringerci all’interno di una galera civile per evitare che il nostro amore possa continuare a contagiare altri giovani italiani.
Non ne posso più di parlare di fascismo e antifascismo, e non intendo farlo ancora. Voglio fare altro, occuparmi di questo presente e di questo futuro. Come ognuno di voi, voglio fare politica nell’Italia di oggi, per dare una speranza all’Italia di domani.
Tutto il resto è noia.
Giorgia Meloni
Il capo del Sindacato di Polizia Municipale di Roma, in un simpatico comunicato in perfetto stile steril-propagandistico, chiede al Sindaco di Roma in base a quali parametri bisognerà giudicare la giusta lunghezza di una minigonna indossata da una signorina per strada. Quindi - da parte nostra - certi che il signore in questione non abbia mai visto una prostituta, postiamo qui di fianco una fotografia di riferimento, sperando che si riesca a cogliere la differenza tra un culo nudo ed una minigonna. Mi chiedo se sia talmente tollerante e libertino da poter consentire anche alla figlia - qualora la avesse - di andare in giro così conciata. Non credo... quindi la differenza c'è e si vede.
Lettera aperta ad ogni Italiano