La Grande Bugìa

60 anni di lavaggio del cervello e menzogne della sinistra italiana. Orgogliosamente revisionisti!
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domenica, 31 agosto 2008

Ci vuole la discarica per alcune utopie

Sulla natura dei “tristi” fatti avvenuti a Roma, vorrei aspettare prima di arrivare ad una conclusione affrettata, non vorrei che si ripetesse lo stesso errore della disavventura avvenuta qualche mese fa al Pigneto.

Quello su cui stavo riflettendo, terminato di leggere l’articolo, è che non solo non tollero ma proprio non riesco a capire l’estremismo,  naturalmente sia di destra che di sinistra. Altro che fattore di “pancia” e di ideologia, è solo fonte di ignoranza e rifiuto della “civiltà”. Come si può solo minimamente pensare di voler sostenere e portare avanti ideologie che oggi più che mai andrebbero catalogate alla sezione “utopia”? Il tempo passa, gli scenari della vita cambiano e bisogna fare tesoro degli errori commessi in passato smettendola di insistere nel rimandare indietro a tutti i costi la pellicola di un triste film in bianco e nero.

Tratto dal Corriere della Sera del 30/08/08 con aggiornamenti del 31/08/08

ROMA - Aggrediti al grido di «Zecche, andatevene, abbiamo i coltelli» e poi colpiti con armi da taglio e catene: uno di loro è ricoverato al Cto con ferite profonde alla coscia. È accaduto venerdì notte, dopo le 4, lungo via Ostiense. Tre giovani militanti di sinistra, al ritorno del concerto al parco Schuster in ricordo di Renato Biagetti (il giovane ucciso a coltellate due anni fa a Focene da due estremisti di destra) sono stati presi alle spalle da una decina di persone, sui 27-28 anni, che prima li hanno insultati e poi, dopo aver colpito con una catena uno di loro, si sono accaniti su un altro, prima con tre coltellate e poi con altre tre.

COLTELLATE E CALCI IN FACCIA - «Avevano le teste rasate, erano armati di coltelli e catene: si è trattato di un vero e proprio agguato premeditato». Così Emiliano, 27 anni, descrive l'aggressione. I giovani sono stati medicati all'ospedale Cto della Garbatella: il più grave, Fabio Sciacca, ha una prognosi di 7 giorni perchè accoltellato a una coscia. «Dopo il concerto, intorno all'una di notte - racconta Emiliano - ci siamo spostati al centro sociale Pirateria che dista poche centinaia di metri dal parco dove si è svolto il concerto. Alle quattro abbiamo deciso di tornare a casa, la strada era deserta: dopo alcuni metri abbiamo sentito delle grida, dieci ragazzi vestiti con magliette nere e teste rasate hanno cominciato ad insultarci, quindi, si sono avvicinati e ci hanno aggredito». I tre, secondo quanto racconta il giovane, sono stati presi a calci e pugni e feriti con armi da taglio. «A Fabio sono state inferte almeno tre coltellate ed una lo ha ferito alla coscia e, una volta a terra, preso a calci in faccia. Anche io sono stato picchiato e scaraventato con violenza a terra». L'aggressione è durata pochi attimi. «Dopo averci colpito - spiega ancora - sono fuggiti a piedi. Si è trattata di una vera e propria provocazione di stampo neofascista, in una serata in cui ricordavamo un nostro compagno, ammazzato proprio da estremisti di destra».

CONDANNA DI ALEMANNO - «Esprimo ferma condanna per questo grave episodio di violenza che, secondo le testimonianze delle vittime, sembra essere di natura politica», ha detto sindaco di Roma Gianni Alemanno. «Mi auguro - ha sottolineato Alemanno - che gli inquirenti siano in grado di assicurare subito alla giustizia i responsabili di questo gesto criminale, verificando con assoluta certezza se dietro di esso esista una forma organizzata di estremismo di destra. Alle vittime dell'aggressione va la mia piena solidarietà e invito tutte le forze politiche cittadine a vigilare affinché non si inneschi una nuova spirale di violenza politica in città».

POMARICI: FATTO GRAVISSIMO - «L'aggressione della scorsa notte è un fatto gravissimo. Esprimo a nome del Consiglio Comunale di Roma la più ferma condanna e la solidarietà agli aggrediti. Desidero altresì ribadire che la tolleranza e il dialogo sono l'unico modo di confronto possibile», afferma in una nota il presidente del Consiglio comunale di Roma Marco Pomarici. «La città di Roma - ha aggiunto - in passato ha sacrificato sull'altare delle violenze politiche, delle ritorsioni, del fanatismo ideologico, troppe giovani vite. Il ricordo degli anni Settanta deve servire da monito per non ricadere in quella spirale di odio».

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categorie: terrorismo, articoli, destra, comunisti, fascismo, alemanno
sabato, 30 agosto 2008

I sinistri interventi di Prodi e D'Alema

La blogosfera abbonda di esperti del settore: politico, economico, sociale, ambientale, giudiziario, sportivo, etc. Nulla in contrario, ci mancherebbe, solo che trovo quantomeno noioso il conseguente - immancabile e forse inevitabile - "salire in cattedra". Il più delle volte sulla base di ipotesi, congetture, in parziale o totale assenza di fatti. Ai miei tempi si parlava di processo alle intenzioni ma credo che anche oggi tale locuzione sia comprensibileai più.
Volete un esempio? La questione Alitalia. Nessuno sa se gli esuberi previsti dal piano di Air France fossero 2.180 o circa 7000, ma prima ancora nessuno - tranne la stessa Air France - è mai stato informato sull'esatta situazione patrimoniale della nostra compagnia di bandiera (e non bandierina!). Nessuno sa se tale operazione prevedesse la vendita in toto della compagnia compresi gli allucinanti buffi. Bersani sostiene che non erano previste bad companies. Ci dovrà spiegare un giorno come avevano pensato di fare sparire la parte infetta e metastatica di Alitalia. In pochi ricordano altresì che l'accordo con Air France avrebbe portato questa compagnia ad aggiudicarsi il controllo delle principali tratte aeree nazionali = il controllo dello SPAZIO AEREO ITALIANO. Altresì, nessuno ancora conosce i dettagli dell'operazione messa in atto dal giverno Berlusconi per salvare la nostra compagnia. Ergo, ma di che stiamo blaterando?

Grande Bugia si astiene quindi dall'esprimere giudizi, non siamo esperti del settore e anche lo fossimo prudenza ci obbligherebbe a tacere in mancanza di un quadro chiaro dei FATTI.
Ma qualche fatto forse è utile ricordarlo, potrà essere di aiuto a chi non può proprio fare a meno di crearsi - nel merito - un'opinione.

I FATTI
1) Silvio Berlusconi è un imprenditore di successo, il suo "mestiere" è L'IMPRENDITORE. Poi è "anche" politico.
2) Roberto Colaninno è un imprenditore di successo, il suo "mestiere" è L'IMPRENDITORE. Poi è "anche"
amico di Massimo D'Alema.
3) Entrambi per mestiere producono ricchezza, che tradotta in ambito sociale diventa "decine di migliaia di posti di lavoro".
4) Romano Prodi è un professore di economia e politica industriale, in virtù di tale titolo per qualche decennio si è occupato di "gestione della cosa pubblica". Sui risultati vi rimando all'articolo in fondo a questo post. Alla data di oggi non risulta abbia creato posti di lavoro o tantomeno lanciato o rilanciato aziende.
5) Pierluigi Bersani è un POLITICO, partito da incarichi nelle amministrazioni locali dell'Emilia-Romagna - la patria delle COOP - e approdato al governo Prodi nel 2006. Di lui si ricordano le rivoluzionarie liberalizzazioni che tanto vantaggio portarono a quella clamorosa negazione delle leggi di mercato e della libera concorrenza che va sotto il nome di: COOP.
Ma fu anche braccio destro e sinistro di D'Alema nella scalata (Opa) di Colaninno a Telecom nel 1999: l'anno dei capitani coraggiosi.
6) In campagna elettorale Silvio Berlusconi aveva dichiarato l'esistenza di una cordata di imprenditori italiani interessata a rilevare Alitalia.
7) La cordata - è su tutti i giornali per chi ancora parla di promessa elettorale - c'è.

Da questi principali FATTI anche un bambino di 2 anni capirebbe che alle olimpiadi di nuoto sarebbe opportuno portarci qualcuno che:
A) Sappia nuotare.
B) Abbia vinto già qualche gara.

Ultima annotazione. Perchè ho inserito nei fatti Bersani? Perchè recentemente ha dichiarato "E' chiaro a tutti che oggi le condizioni sono ben peggiori di quell'accordo con Air France buttato a mare: sono peggiori per numero di esuberi, per risorse messe a disposizione e per il ricorso ad una bad company." Peccatoche queste cose ce le dica oggi e si sia ben guardato - allora - dall'informarci sui termini della trattativa quando era Ministro per lo Sviluppo Economico nel governo Prodi 2. Si interroghi piuttosto sui benefici portati alla comunità dalla sua "lenzuolata di liberalizzazioni". Le COOP nel frattempo ringraziano.

A completamento di questa odierna panoramica sui FATTI vi suggerisco la lettura dell'interessante e simpatico resoconto riportato alla luce da Camelot riguardo l'opera di Romano Prodi e soci sul tema: interventi nella cosa pubblica.
E poi ditemi voi se con questo curriculum possono ancora permettersi di criticare!

Telecom Italia. Breve storia dei “sinistri” interventi di Prodi e D’Alema

Di Maurizio Blondet, 21 settembre 2006
(estratto dal blog di Rinaldo Lampis)

La frode e il saccheggio di Telecom Italia sono stati compiuti già all’inizio, nella sua «privatizzazione».
Fu nel 1997, quando il governo Prodi mise sul mercato le azioni telefoniche in possesso del Tesoro. E vendette quelle azioni - cosa nostra, pagate da noi contribuenti in mezzo secolo - per una cifra minima: tant’è vero che si vide, in un anno, che Telecom valeva sul mercato cinque volte di più (più 514 %).

Insomma Prodi svendette un patrimonio nostro e dello Stato.
Un regalo per amici e privilegiati.
Vero è che l’enorme rialzo fu in parte dovuto ad altre frodi del governo.
Si proclamò che di Telecom si voleva fare una public company; i piccoli risparmiatori furono invitati a comprare da una campagna martellante (e infatti comprarono l’85%).
La fiducia dei risparmiatori fu artificialmente accresciuta dall’affermazione, emanata dal Tesoro, che la AT&T, il colosso USA delle telecomunicazioni, s’era precipitata a comprare ben il 2,4% della nostra Telecom: una presenza che aumentava il prestigio e dunque il valore di Telecom.

Ebbene, era una menzogna.
Quel 2,4 % restò parcheggiato al Tesoro, fino a quando AT&T rese pubblico che non aveva mai pensato di comprare alcunchè.
Ministro del Tesoro era allora Ciampi, il padre della patria.
Al vertice di Telecom fu nominato il sempre intoccabile Guido Rossi.
In realtà, il potere fu assegnato a un «nocciolo duro» di vari proprietari, ciascuno dei quali possedeva dallo 0,5 %, allo 0,6 %: fra cui Ifil (Agnelli).
I soliti capitalisti senza capitale.

Prima ancora della privatizzazione, il più bell’affare sporco di Telecom: nel ‘97 compra il 29 % di Telekom Serbia, pagando a Milosevic 878 miliardi di lire.
Rivenderà questa quota a Telekom Serbia, cinque anni dopo (caduto Milosevic), per 378 miliardi, con una perdita del 57%.

Nel 1997, quando il governo (Prodi) privatizza Telecom, ne ricava 11,8 miliardi di euro.
Lo Stato esce dalle telecomunicazioni, si proclama.
Ma nel 2001 ENEL - società pubblica - rientra nelle telecomunicazioni comprando Infostrada, una concorrente di Telecom, ma più piccola.
E per quale cifra? 11 miliardi di euro.

Ma che c’entra Infostrada, direte voi.
C’entra e spiega come avvenne il saccheggio.
Infostrada è, sostanzialmente, la vecchia rete telefonica interna delle Ferrovie dello Stato.
Il governo (Prodi) vendette questa preziosa infrastruttura, nostra e pagata da noi, ad Olivetti (De Benedetti) per 700 miliardi di lire, pagabili con comode rate in 14 anni.
E Olivetti la vendette subito alla tedesca Mannesman per 14 mila miliardi di lire, mica a rate, ma in unica soluzione.
Non è un bel regalo, un patrimonio nostro ceduto a un amico loro a un ventesimo del suo valore?

Nessuno fu incarcerato per questo.
Anzi, uno sì: Lorenzo Necci, onesto manager delle Ferrovie, cercò di opporsi.
Giuliano Amato e Massimo D’Alema gli consigliarono di non fare il difficile, di dare la rete a Olivetti senza tirare sul prezzo.
Necci non capì l’amichevole consiglio.

La magistratura lo incriminò subito dopo. Le sue telefonate intercettate divennero di pubblico dominio, lo attendevano mesi di carcerazione preventiva.
Poi assolto.
D’Alema va al governo, e comincia il saccheggio firmato Colaninno.
Questo «capitano coraggioso» dalemiano s’è accaparrato Olivetti, e con questa dà la scalata a Telecom.
Con irregolarità mostruose: ma quando la Consob, con Spaventa a capo, vuol vederci chiaro, un colloquio a quattrocchi di D’Alema con Spaventa spaventa Spaventa (che non è un ardito, ed ha di fronte l’esempio di Necci).

Un caso soltanto: nell’offerta pubblica d’acquisto, Colaninno è costretto ad aumentare l’offerta, da 10 a 11,5 euro ad azione, perché il titolo in Borsa è salito.
Da quel momento ovviamente Colaninno ha estremo interesse che il titolo non salga più sul «libero mercato».

Che fa?
Si scopre che in quei giorni lui e soci vendono di soppiatto le azioni in loro possesso e di cui dichiarano al mercato di essere pronti a comprarne di più: per farne calare il corso.
I capitani coraggiosi realizzano tra l’altro una plusvalenza di 50 miliardi con questa vendita occulta, perché hanno approfittato del rialzo da loro stesso determinato con l’annuncio di voler acquistare a 11,5 anziché a 10.

In altri Paesi, ciò si chiama aggiotaggio e insider trading, e porta in galera.
In Italia no, quando governa D’Alema.
Colaninno si scusa, e finisce lì.
La scalata venne definita dal Financial Times «una rapina in pieno giorno».

Colaninno non ha soldi, ma amici e ingegno.
Controlla al 51 % una società fantasma, la Hopa, che controlla il 56 % di un’altra entità chiamata Bell, la quale controlla il 13,9 % di Olivetti, la quale a sua volta controlla il 70% di Tecnost, che controlla il 52 % di Telecom.
Fatti i conti, Colaninno e i suoi complici controllano Telecom detenendone l’1,5 %.
Saggia minuscola partecipazione: Telecom ha già 30 mila e passa miliardi di debiti, e deve pagare il debito con rate di 6,600 miliardi l’anno, un rateo mangia-profitti.

Qualche curiosità si appunta, in queste scatole cinesi, sulla Bell: non si sa chi ne siano i soci. A garantire la trasparenza della Bell interviene direttamente il capo del governo, D’Alema.
Chissà perché.
Due giornalisti di Repubblica scoprono un perché possibile: tra i soci fondatori di Bell compare un capitalista collettivo chiamato Oak Fund, con sede alle Cayman.

Oak Fund significa, tradotto, Fondo Quercia, e risulta un fondo gestito in esenzione fiscale, in un paradiso vietato dalla legge italiana, da soci anonimi con quote al portatore.
Sarà a causa di questo Fondo Quercia che Marco Travaglio parlerà, a proposito dei nuovi comunisti, come di gente «entrata al governo con le pezze al culo e uscitane coi miliardi»?

Sarà per questo che Prodi esalò un giorno: «Se avessi fatto io il 2 % di quel che sta facendo D’Alema per influenzare le decisioni di aziende quotate sui mercati sarei già crocifisso»?
Certo è che ci furono dei bei guadagni dai saccheggi di Colaninno.
Colaninno stesso ne è uscito, dopo il disastro da lui provocato, supermiliardario.
Ma non è il solo.

Prendiamo per esempio la SEAT, che gestisce la pubblicità.
Apparteneva a Telecom, e fu dismessa.
Anzi no: ne fu poi ricomprato da Telecom il 20 % (perché se la società committente possiede almeno il 20 % della società cui affida la pubblicità, può farlo a trattativa privata evitando la gara d’appalto: in gara c’era il gruppo Fininvest, che di pubblcità s’intende un po’).

Chi acquistò SEAT (Comit - De Agostini ed altri, ammucchiati in una società chiamata «Otto») a 1.955 miliardi per il 61%, la rivende trenta mesi dopo a Colaninno, che ne acquista il 20 % a 7200 miliardi; poi un altro 17 % a 5 mila miliardi, e un altro 8 % per 5750 miliardi.
Insomma, una cosa acquistata a 1.955, viene venduta subito dopo a 16 mila e passa.
A fornire i soldi alla «Otto» per il fortunato acquisto è Dario Cossutta, figlio dell’Armando, alto dirigente della Banca Commerciale - che è anche socia della «Otto».

Ma gli altri soci, che dovrebbero pagare le imposte sulle plusvalenze dopo la splendida vendita al mille %, si trasformano prontamente in società lussemburghesi.
Chi sono i padroni?
Non si sa; tutta una catena di società anonime che finiscono in paradisi fiscali: si ignora chi abbia incassato la plusvalenza miracolosa senza pagare le tasse, in un’operazione voluta dal governo (Prodi) di allora.
Magari qualche partito?
Magari qualche gemello di un qualunque Oak Fund alle Cayman?

Non chiedete a me.
Vi ho raccontato solo quattro cose, delle molte che basterebbero per sbattere in galera l’intera sinistra di governo italiana, la grande saccheggiatrice del patrimonio pubblico con le «privatizzazioni».
Io, poi, non so nulla.

Mi sono limitato a copiare: da «Il grande intrigo», un libro del giornalista economico Davide Giacalone, distribuito da Libero.
Non chiedano a me, i magistrati.
Non so niente di Tronchetti, né di Tavaroli lo spione che intercettava, e che aveva da parte 14 milioni di euro (provenienti dalla società più indebitata dell’universo).
Se vogliono indagare, li rimando al libro di Giacalone, è tutto scritto lì.
Arrestino lui, semmai, se vogliono indagare.
Io non c’entro.
Maurizio Blondet

NdR: Giacalone ha scritto Il Grande Intrigo a luglio 2006. Le cose scritte nel libro non sono state mai smentite tantomeno l'autore ha ricevuto querele in merito. E' stato per anni spiato dall'intelligence di Telecom, questo si;)

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categorie: berlusconi, prodi, alitalia, bersani, dalema, giacalone, liberalizzazioni
venerdì, 29 agosto 2008

Quei codardi di Veltroni e D'Alema

L’autore del «Sangue dei vinti» ai giovani di Cl: «Ai capi del Pd manca saggezza. Ai vostri coetanei di sinistra i miei libri non li fanno leggere»

Di Vincenzo La Manna tratto da Il Giornale del 29/08/08


Arriva un po’ in ritardo, ma è roba di qualche minuto. Scende dalla macchinina elettrica e si presenta allo stand dei libri.

C’è poca gente. L’attenzione dei ciellini, alla Fiera, intorno a mezzogiorno, è tutta rivolta al dibattito in auditorium. Dove Magdi Cristiano Allam, vicedirettore del Corriere, discute di percorsi religiosi con il columnist dell’Irish Times, John Waters. Ma tant’è. Giampaolo Pansa non sembra curarsene. Saluta i presenti al Caffè letterario, ascolta le loro storie, si fa intervistare da Sat 2000. Chi passa da quelle parti lo riconosce, si avvicina. Qualcuno compra uno dei sui libri, esposti all’ingresso («I tre inverni della paura», «I gendarmi della memoria», «Il sangue dei vinti»... ), e si dirige verso l’autore per dedica e firma.

Inizia una processione lenta, continua. Uno, due, dieci, venti. Quasi tutti in soggezione, intimiditi da chi considerano un maestro coraggioso. «Grazie di tutto», «leggo sempre i suoi libri», «mi fa una dedica a mamma Lucia?», «possiamo farci una foto?», e via discorrendo. Lui sorride e racconta. «Sapete, le tre foto segnaletiche di Tito, sulla copertina di Prigionieri del silenzio, le ho trovate proprio io... ». Come va al Meeting? «Mi trovo benissimo, la gente mi saluta, mi ringrazia, mi ferma, mi chiede l’autografo. Non venivo a Rimini dal 1986 e quest’anno li trovo più caldi, coraggiosi, generosi. Davvero, non me l’aspettavo, anche perché viviamo in un Paese in cui tutti se ne fregano».

Chissà. Di certo, ascoltando da vicino le sue parole, sembra che a sinistra continuino a fregarsene di una parte di storia. O perlomeno, pare che continuino a far finta di niente, a non porsi interrogativi sui propri errori, su ciò che avvenne realmente in Italia, e a ridosso dei suoi confini, nel periodo post bellico. Ecco perché il suo tentativo di dare una lettura diversa, forse più completa, anche sulla Resistenza, non è piaciuto. E continua a non piacere. Ostracismo finito? «Non è cambiato nulla», risponde senza tentennare. Ma com’è possibile? I giovani le vengono incontro come fosse un’autorità. «Sì, è vero, ci sono tanti ragazzi che lo fanno. Ma sono quelli di Cl, non certo quelli di sinistra. A loro, i miei libri non li fanno leggere. O li rifiutano, perché si troverebbero dinanzi ad una realtà in cui non credono». Gli resta un po’ d’amaro in bocca, quando lo dice. Poi spiega: «Sarebbe cambiato qualcosa se i capi del Pd avessero avuto più coraggio e saggezza. Sapete, l’ho detto tante volte a Veltroni e D’Alema, chiedendo loro: come pensate che la gente possa fidarsi di voi se non presentate le carte pulite?». E loro, Walter e Massimo, come hanno replicato? «Non ho avuto risposte, ma dicono sempre che devono difendere l’antifascismo». Pansa va avanti. E rimarca: «L’unica interpretazione del fascismo, del dopoguerra, è quella che porta avanti la sinistra. Quella dell’altra parte non esiste. Basti pensare che i libri più forti, per la destra, li ho scritti io».

Intanto, le domande dei lettori e le risposte dello scrittore si accavallano. «Sono una bambino della guerra - spiega il giornalista -. All’epoca avevo dieci anni e ho memorizzato tutto. Ciò che ho visto, infatti, non l’ho più cancellato dalla mente». Perché ha scritto sul dopoguerra solo negli ultimi anni? «Meglio tardi che mai». «Io un grande? Sono un ragazzo di provincia... ». Si va avanti per un po’. Archiviate le dediche, Pansa si congeda: «Devo andare a fare colazione». Risale sulla macchinina da golf. Ma rimane l’ultima cuorisità: quando scriverà il prossimo libro? «L’anno prossimo». Argomento? «Non si dice».

E' anche con un pizzico d'invidia che oggi ho pubblicato questo articolo
Conoscere Giampaolo Pansa, stringergli la mano (so che non mi limiterei ad una stretta di mano, lo bacerei proprio) e potergli esprimere tutta la mia stima
, è il mio sogno più grande!!

Per approfondire la sua partecipazione al meeting di Rimini potete leggere anche questa intervista.
venerdì, 29 agosto 2008

L'harakiri di Ezio Mauro

Era il 21 marzo 2008 e Repubblica titolava

Berlusconi: "Cordata a breve"
Veltroni: "Solo campagna elettorale"

Siamo a fine agosto e proprio ieri sera il presidente Berlusconi ha ufficializzato la messa in opera dell'ennesimo tassello della sua campagna elettorale. Da Veltroni invece stiamo ancora aspettando proposte che non pretendiamo serie, ma almeno che siano proposte. Credo le stiano aspettando anche alla festa democratica di Firenze, ci dicono che il bruco sia attualmente alla ricerca dell'illuminazione sulla strada di Denver.

Nel frattempo Repubblica, per niente pentita della scelta del candidato alle politiche di aprile, prosegue imperterrita il suo cammino a tentoni collezionando belle figure. Ne è limpido esempio l'intervista realizzata dal suo direttore Ezio Mauro a Roberto Colaninno, neo presidente della newco incaricata dal governo di rimettere in piedi il colosso inginocchiato alle prebende di avidi amministratori e sindacati figli del miglior (peggior?) clientelismo.



E' una vera goduria vedere che i figli del sesssantottismo antipadrone e anticapitalista si occupino dell' "etica da imprenditore" o dello "scarico del rosso di Alitalia sullo Stato".
E' ancora più incredibile continuare a sottindendere che  il piano Prodi - la svendita di compagnia e relative tratte sui nostri cieli all'Air France - con i suoi 5000 esuberi fosse preferibile a questa di Berlusconi, anche alla luce del fatto che è proprio la UIL, per voce del suo boss Angeletti, a sostenere che gli esuberi saranno al massimo duemila.

Niente da fare, Mauro ormai ha optato per l'harakiri e non intende, al momento, fermare la lama, se non altro per rimanere coerente con il rozzo e, a detta ormai di molti suoi colleghi di parrocchietta, inutile e controproducente antiberlusconismo. E allora via a dare lezioni di libero mercato e capitalismo ai capitalisti Berlusconi e Colaninno. Il quale risponde alla prima, faziosa, domanda del supremo direttore così: "Mi dica lei: davanti a una sfida imprenditoriale coi controfiocchi, dovevo starmene a casa solo perché l'ha proposta Berlusconi e io non la penso come lui? E poi? La sera andiamo tutti insieme al bar, sospiriamo, lanciamo qualche maledizione per la sorte del Paese, e ce ne torniamo a casa, senza fare niente? Mani pulite, ma immobili, anzi inutili. E io dovrei fare l'imprenditore in questo modo, in pratica autosospendendomi? Grazie, ma questo ragionamento non mi convince, e non ci sto".

Solo questo incipit avrebbe dovuto convincere qualsiasi giornalista di buon senso che le cose si sarebbero messe male, ma Ezio Mauro ha deciso ugualmente di sfidare la sorte perchè lui non è come tutti gli altri giornalisti, lui è pur sempre il prescelto megadirettore della divina Repubblica.

Il resto dell'intervista la trovate QUI.

Noi intanto continuiamo a leggere i giornali del potere mafioso...
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categorie: berlusconi, alitalia, repubblica, uil , angeletti, stampa democratica
giovedì, 28 agosto 2008

Scritto da Mario Gargantini tratto da Il Sussidiario.net il 28/08/08

Per chi ha la passione per la verità e non ama le semplificazioni ideologiche, deve essere piuttosto scomodo destreggiarsi nel mondo della comunicazione; soprattutto in un campo come quello ambientale dove, se non hai qualche allarme da lanciare, difficilmente troverai un'audience all'altezza. E ciò che accade da qualche tempo a Richard Lindzen, docente di meteorologia al prestigioso MIT di Boston, che partecipa al Meeting di Rimini all'incontro Cambiamenti climatici: catastrofismo o reali pericoli?, insieme a Franco Prodi, Antonio Ballarin Denti e Elio Sindoni.

La carriera scientifica di Lindzen è costellata di riconoscimenti e di risultati importanti; ma anche di scontri e di contrasti non sempre morbidi. Ma ormai è abituato e trova un certo gusto a contrattaccare, facendo uscire allo scoperto l'ingenuità e la superficialità di tanti luoghi comuni e di tante affermazioni che ormai vengono diffuse con una sicurezza che ha poco di scientifico. Quindi, se gli chiedete: «è vero che la temperatura media della Terra sta crescendo?», vi risponderà che sì, c'è un aumento accertato di qualche decimo di grado; ma si affretterà a incalzarvi domandandovi perché la cosa vi preoccupi tanto. Lui non sembra preoccupato. Eppure questi dati li conosce bene e non ha nessun interesse a camuffarli o a minimizzarli.

Il fatto è che le conseguenze di tale riscaldamento non sono così catastrofiche come si vuol far credere e non c'è nessuna base scientifica su cui fondare simili previsioni. Lindzen fa l'esempio del paventato scioglimento dei ghiacci. «Il principale fattore che incide su tale fenomeno è la copertura nuvolosa estiva: se è debole, fonde più ghiaccio di quanto se ne formi in inverno. Ora nessuno può dire quanto ciò dipenda dalla temperatura media del pianeta; inoltre vanno considerati altri elementi, come i venti, la loro intensità e direzione. Ad esempio l'anno scorso c'è stata una significativa riduzione dei ghiacci al Polo Nord; ma non riusciamo a stabilire quale sia stata la causa determinante».

Il problema quindi sono le correlazioni tra i vari parametri, la nostra capacità di tener conto dei molteplici fattori che influenzano il clima e di stabilire per ciascuna il raggio d'azione e i limiti di validità. Da ciò dipende anche l'altro grande problema: quello delle previsioni. Per queste ci vorrebbero dei modelli di funzionamento del sistema-clima sufficientemente attendibili. Ma esistono? Ancora una volta la risposta di Lindzen è negativa: «Purtroppo non abbiamo modelli adeguati».

Ad esempio, quando si fanno previsioni sul riscaldamento globale e si vuol verificare l'impatto della CO2 sull'evoluzione termica, ci si trova davanti a risultati sconcertanti: si osserva che simulando anche piccoli incrementi di questo gas serra, i modelli danno come esito variazioni climatiche molto più imponenti di quanto ci si dovrebbe ragionevolmente attendere, con aumenti anche di cinque volte superiori. «Se il modello fosse realistico vorrebbe dire che Dio non è stato un buon progettista, che la macchina-clima funziona male. In realtà, i modelli che abbiamo non riescono a stabilire delle correlazioni univoche e i fenomeni atmosferici manifestano spesso comportamenti casuali, con andamenti differenti da luogo a luogo».

Questo non significa che dobbiamo rassegnarci all'ignoranza, oppure dire che sul clima non ci sono problemi. La preoccupazione principale di Lindzen è di mettere in guardia dalla possibile confusione che deriva dall'uso distorto ed estrapolato dei dati. «Questo è il primo serio pericolo per l'ambiente».

Poi bisogna riconoscere che l'uomo ha grande capacità di adattarsi ai mutamenti dell'ambiente e anche che tale capacità è maggiore nei Paesi con le economie più avanzate. Ciò è vero per tutti i tipi di minaccia ambientale: la capacità di prevenzione, di reazione e di recupero è enormemente favorita da un contesto di maggior benessere e da condizioni sociali e culturali migliori. Da ciò deriva un'implicita indicazione su cosa fare per l'ambiente, su quali strategie politiche adottare: strategie che dovranno andare verso un potenziamento delle generali condizioni di vita e di cultura. Provvedimenti come quelli previsti dal protocollo di Kyoto sembrano invece meno interessanti, anche perché il loro eventuale effetto positivo sarebbe ben poco in proporzione allo sforzo economico fatto per attuarlo; e poi non terrebbe conto dei grandi mutamenti geopolitici che nel frattempo si stanno verificando, come il rapido sviluppo di molti Paesi.

Lindzen quindi non immagina una situazione di immobilismo. «Trovare soluzioni nuove è nella natura dell'uomo ed è inevitabile che anche in campo ambientale, così come per la produzione di energia, si sperimentino tutte le strade possibili». D'altra parte, non si tratta di questioni teoriche, le scelte di una soluzione energetica, ad esempio, sono legate strettamente alle situazioni concrete e alle convenienze economiche. Si ricorre a certe fonti piuttosto che ad altre perché sono meno costose e più facilmente gestibili.

Emerge così un aspetto sotteso al dibattito ambientale, che forse Lindzen avverte maggiormente dato il suo punto di osservazione negli Usa: il ruolo rilevante degli interessi economici e delle regole del business, che spesso sono la griglia attraverso la quale leggere anche tante prese di posizione di grosse realtà industriali che sposano la causa ambientale. Ma anche questo non è da demonizzare: può essere una componente di quella dinamica di adattamento che fa vedere le cose in una prospettiva più positiva.

Non siamo quindi sull'orlo della catastrofe. Specie se anche gli europei, abituati su questi temi a parlare molto ma a fare poco, assumeranno posizioni più pragmatiche e concrete.
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categorie: ambiente, articoli, informazione, qualunquismo, global warming, formazione del pensiero
giovedì, 28 agosto 2008

Gli incredibili

Ma nel senso che non è ammissibile potergli credere ancora... non come la celebre famiglia di supereroi.
Ordinatamente e cronologicamente in tempi più che ragionevoli, il Governo sta pilotando la vicenda Alitalia verso una soluzione del problema.
E l'opposizione (!) che fa ? Propaganda... chiacchiere... ostruzionismo... da bravi figli del "resistenza ad oltranza".
E' stato detto che i rifiuti a Napoli sarebbero spariti, e loro ridevano... ora si può passeggiare a Napoli senza rischiare il colera...
E' stato detto che sarebbero stati detassati gli straordinari, e loro ridevano... gli straordinari sono stati detassati...
Avevano detto che sarebbe stata eliminata l'ICI sulla prima casa, e loro ridevano... ora l'ICI sulla prima casa non si paga più.
Tutto ciò che sono in grado di fare, è aprire il libro dell'Apocalisse e recitare i soliti versetti dal pulpito: "Pentiteviii !!! La fine è vicinaaaa!!!".  Tutto ciò che sono in grado di fare è parlare dei flirt di Berlusconi, delle tasse che sicuramente aumenteranno e delle immersioni di Fini a Giannutri... fermo restando che dovrebbero almeno cantarla meglio la litania: la differenza sostanziale ed abissale che passa tra Fini e la vecchia poltiglia governativa, è che Fini ha subito ammesso le proprie responsabilità, chiedendo scusa e pagherà la multa... altri invece si nascondevano sempre dietro la "missione governativa" (Pecoraro docet).

Tornando ad Alitalia. Siamo partiti da una vecchia situazione, dove i protagonisti erano Prodi ed i suoi compari (ma il falso in bilancio del governo Prodi ???) che volevano procedere alla vechia maniera, ossia svendendo beni di interesse pubblico a prezzi e condizioni stracciate, perdendo la compagnia di bandiera e dirottando così gran parte delle tratte aeree nel territorio francese. Ci si sarebbe tolti un gran bel cancro, ci dicevano, e non avremmo avuto così più spese da accollarci... Bel ragionamento !!! Perdente...
Ora, dopo le dichiarazioni iniziali, quando l'opposizione ancora rideva, si è passati ai fatti: la cordata italiana si è fatta sotto ed ha buttato le fiches sul banco, la compagnia di bandiera la si sta salvando, non si esclude l'inserimento in trattativa dei vecchi cari amici francesi (ma non alle loro condizioni !) i quali evidentemente hanno capito che sono tempi dove le alleanze sono necessarie, con il petrolio umorale che ci ritroviamo... Iberia e British lo hanno capito alla svelta che per esser competitivi in un mercato globale occorre esser pesci grossi. I lavoratori, nonostante l'ormai certa e celeberrima "resistenza ad oltranza" che presenteranno i sindacalisti della vecchia guardia, verranno sistemati: la terapia è nota, scivoli, pre-pensionamenti e cambi di mansioni... non si esclude qualche taglio, sarebbe imprudente da parte nostra, ma le lacrime amare che saranno versate, qualcuno ha mai pensato di addebitarle a coloro che invece hanno fatto assumere indiscriminatamente per favoritismi e clientelismo ?
Sarebbe saggio, invece di attaccare subito a ridere, cominciare ad aspettare ed osservare. Oltre a rischiare di imparare a far politica, c'è il serio pericolo che si capisca il significato di "essere di parola".

"Sulla vicenda Alitalia siamo di fronte ad un vero e proprio bluff del governo Berlusconi". È quanto dichiara il ministro ombra alle Infrastrutture Andrea Martella. "Si sono persi dei mesi - continua Martella - e la soluzione che adesso si profila costerà ai contribuenti italiani e al Paese molto di più di quanto non sarebbe costata con Air France. Una soluzione, quella che ci propina l’attuale esecutivo, che prevede più del doppio degli esuberi di personale di quelli ipotizzati cinque mesi fa, che attiva procedure fallimentari ad hoc con la costituzione di una bad company nella quale far confluire debiti ed esuberi e che, con procedure altrettanto ad hoc, rischia di violare le norme antitrust creando un pericoloso precedente". "Inoltre, non c’è chiarezza sullo sviluppo della società né in termini di piano industriale nè di azionariato, oltre che sulla destinazione degli scali milanesi. È difficile capire - conclude Martella - come si possa parlare di rilancio della compagnia di bandiera".
Onorevole ministro-ombra, non esistono più le mezze stagioni... piove, governo ladro... è tutto un magna magna... ad hoc... ad hoc... ad hoc...
postato da Ciceruacchio74 alle ore 09:18 | link | commenti (7)
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martedì, 26 agosto 2008

I Gatekeepers

Da tempo immemore ormai, uno degli argomenti che più infiamma le tribune politiche e sociali degli italiani è il presunto lavaggio del cervello mediatico ad opera di Silvio Berlusconi nei confronti degli italiani. Girando qua e la per la rete, mi sono imbattuto in un interessante articolo di Antonella Randazzo sul suo blog, dove esplica il teorema dei Gatekeeper, letteralmente i guardiani del cancello, ossia di tutti coloro che pilotano e filtrano le notizie - lasciando trapelare ciò che vogliono far trapelare - per assecondare il gioco dei forti poteri massonici a livello mondiale.

Descrive in modo dettagliato, supportata da un certo numero di fonti, le tre principali tipologie di Gatekeepers, ed il tipo di influenze che essi possono esercitare sul popolo ignaro. Riporto di seguito l'articolo (ringraziando l'autrice per l'autorizzazione concessa):

INSOSPETTABILI GATEKEEPERS
di Antonella Randazzo

Letteralmente il termine “Gatekeeping” significa “la custodia al cancello”, ovvero la possibilità di esercitare un controllo attraverso criteri che favoriscono alcune notizie su altre.
In termini professionali il gatekeeping comprenderebbe “tutte le forme di controllo dell’informazione che possono determinarsi nelle decisioni circa la codificazione dei messaggi, la diffusione, la programmazione, l’esclusione di tutto il messaggio o di sue componenti… le esigenze organizzativo-strutturali e le caratteristiche tecnico-espressive di ogni mezzo di comunicazione di massa (in quanto) elementi cruciali nel determinare la rappresentazione della realtà sociale fornita dai media”.(1)
Già negli anni Cinquanta lo psicologo Kurt Lewin sosteneva l’esistenza di giornalisti gatekeepers, che decidevano quali notizie dare e quali no.

Generalizzando possiamo considerare gatekeepers tutti coloro che, pur parlando ad un pubblico ampio attraverso i media, si astengono dal dire alcune verità importanti.
Si tratta, in parole semplici, di agire in modo tale da far rispettare i limiti informativi imposti dal sistema.
Il gatekeeper dunque è colui che subisce pressioni e condizionamenti che lo inducono a comportarsi in un certo modo, facendo prevalere logiche diverse rispetto alla vera informazione. Oppure colui che sceglie di sostenere il sistema evitando di parlare di alcune verità che potrebbero demolirlo.
Si dice che il giornalismo attuale è come un "guardiano del potere", ovvero esso sostiene il potere nel non far trapelare verità scomode e utilizza tecniche per impedire una vera presa di coscienza dei cittadini sulla realtà finanziaria, politica, economica e mediatica. Si cerca persino di addolcire tutto questo facendo diventare l'informazione uno spettacolo attraente, emozionante oppure raccapricciante, ma comunque sempre emotivamente "forte" e quanto possibile spettacolare.
Gli obiettivi principali sarebbero la disinformazione, la distrazione e il condizionamento necessario per non mettere in pericolo il sistema. Spiega il giornalista Ignacio Ramonet: (Il telegiornale) "è strutturato per distrarre, non per informare... la successione di notizie brevi e frammentate ha un duplice effetto di sovrinformazione e di disinformazione: troppe notizie e troppo brevi... pensare di informarsi senza sforzo è un'illusione vicina al mito della pubblicità più che all'impegno civico".(2)

Oltre ai giornalisti, possono assumere il ruolo di gatekeepers anche scrittori, opinionisti, intellettuali, scienziati, politici, ecc.
Le persone comuni basano le loro conoscenze fondamentali su ciò che gli “esperti” dicono loro, e questo potrà intralciare una possibile futura conoscenza dei fatti veri. “Se non l’hanno detto in quella tal trasmissione televisiva allora vuol dire che potrebbe non essere vero”, oppure “Se non l’ha detto il professor tal dei tali, allora non può essere vero, sennò l’avrebbe detto”. Queste frasi riassumono il potere e l’influenza esercitata dai gatekeepers presentati dai media come “esperti” su ciò che le persone crederanno.
Potrebbero esistere tre tipi di gatekeepers: quelli del tutto inconsapevoli di esserlo, quelli che agiscono come tali per timore di perdere privilegi o il posto di lavoro, e quelli consapevoli di esserlo, avendolo scelto liberamente, ritenendo giusto esserlo.

Per quanto riguarda il primo caso, vi appartengono alcune persone che possono anche essere erudite, ma sono condizionate dal sistema a tal punto da non riuscire a ragionare fuori dalle sue logiche. Per uscire dal condizionamento del sistema occorre impegno e sforzo, che non tutti attuano.
Ad esempio, questi gatekeepers credono che le autorità statunitensi siano il male minore rispetto al “terrorismo”, che le autorità italiane non siano corrotte ma autorevoli, o che la corruzione politica costituisca un’eccezione. Evidentemente, queste persone rimangono ancorate all’idea che il sistema sia fondamentalmente “buono”, anche se ammettono che esso possa avere difetti o aspetti che generano problemi. Dunque, questi gatekeepers ammettono problemi come il precariato, la disoccupazione, la corruzione o i problemi economici, ma li attribuiscono a fattori non prevedibili e non controllabili, accettando dunque la difficoltà a risolverli, ma mantenendo, paradossalmente, un ottimismo di fondo, che deriva dal non ammettere il marciume che il sistema presenta alla radice.
In altre parole, queste persone conservano un’idealizzazione del sistema, e rimangono fataliste circa la vera origine dei problemi e la loro soluzione. Esse rimangono agli aspetti relativi alla punta dell’iceberg, ignorando o negando l’esistenza di alcune realtà fondamentali.

Dunque queste persone, immerse nella non-consapevolezza, esprimono opinioni e concetti che sono utili al sistema, e non svolgeranno mai un ruolo di contrasto o di disturbo. Per questo motivo esse potranno fare carriera nel loro settore e saranno ben accolte negli ambienti di regime. Tuttavia saranno sempre osservate con attenzione, poiché, qualora subodorassero la verità o capissero alcuni aspetti del sistema, potrebbero smettere di esercitare la funzione di gatekeeping, e in tal caso sarebbero messe ai margini, o comunque non potrebbero più ricoprire ruoli di rilievo nel panorama mediatico.
A questa categoria potrebbe appartenere, ad esempio, la docente universitaria Laura Boella, che nel suo libro “Neuroetica” sostiene che le tecniche eugenetiche siano state applicate soltanto dalla Germania nazista (3), ignorando che in realtà esse furono adottate dagli Stati Uniti e da altri paesi europei (a questo proposito si veda http://antonellarandazzo.blogspot.com/2007/10/lossessione-genetica-lo-sterminio-dei.html).
Evidentemente, la Boella fa le sue considerazioni sulla base di ciò che viene detto nei canali ufficiali, poiché delle tecniche eugenetiche praticate dalle autorità statunitensi o svedesi si parla quasi esclusivamente su pubblicazioni di piccole case editrici, che hanno una modesta diffusione, o su Internet. Inoltre, la Boella, nel suddetto libro, analizza casi di microcriminalità, affrontando il problema della morale, ma non fa alcun cenno agli impulsi criminali mostruosi degli attuali stegocrati. (4) Il criminale comune può uccidere poche persone, mentre gli stegocrati commettono veri e propri genocidi in molte parti del mondo, eppure non vengono mai considerati dai docenti universitari che si occupano di morale o criminalità. Nei testi accademici c’è spesso un illustre assente: il nucleo di potere centrale che crea il sistema e lo alimenta, difendendolo anche con le guerre e i massacri.
Evidentemente, questi studiosi si attengono al “territorio” all’interno del quale si sono mossi i loro insegnanti cattedratici, e dunque essi stessi continuano ad esaminare le questioni all’interno dei medesimi parametri, diventando “guardiani del potere”, ovvero gatekeepers, in quanto non considerano ciò che potrebbe mettere in pericolo il sistema di potere.
Questo tipo di gatekeepers potrebbe essere destinato a scomparire, poiché sarà sempre più difficile non capire i paradossi del sistema, dato che su Internet ormai da tempo circolano numerose notizie supportate dai fatti, sui crimini delle autorità occidentali e sui paradossi del sistema.

Nel secondo caso abbiamo persone che possono comprendere i crimini del sistema ma fanno ragionamenti opportunistici o motivati dalla paura di perdere il lavoro o altri vantaggi. In tal caso si tratta di persone che si adattano al sistema pur accorgendosi che esso presenta aspetti iniqui. Queste persone si autocensurano, e coltivano la capacità di escludere argomenti scomodi o non graditi ai “padroni”.
Lo stesso Montanelli denunciava l'autocensura dei giornalisti di regime. Negli anni Sessanta scriveva sull'"Europeo":
"La maggior parte dei giornalisti, quando compongono un articolo, lo fanno interrogando la censura. Quale? Quella che hanno in corpo da secoli e di cui ormai non riescono a fare a meno". (5)

Montanelli tralasciava di dire che esistono anche giornalisti che non intendono autocensurarsi, che vengono estromessi dai canali di regime, oppure messi nelle condizioni di non nuocere. Ovviamente i ruoli migliori e di prestigio vengono dati a coloro che si autocensurano e che hanno l'abilità di non darlo a vedere.

Nel terzo caso troviamo persone ben adattate al sistema consapevolmente, che ritengono necessario l’uso della forza per dirimere i problemi, oppure che accettano l’egemonia statunitense come “naturale”, avendo l’idea che la realtà debba sempre essere determinata dal più forte. Evidentemente, queste persone hanno tali “valori” impliciti nella loro mentalità, e li esprimono direttamente o indirettamente, rendendo le argomentazioni quanto più possibile accettabili. Di solito queste persone raggiungono una notevole popolarità, e i loro libri o articoli vengono il più possibile divulgati, in modo tale che esse possano influenzare quante più persone possibile.
Esse svolgono un ruolo importantissimo convincendo molti dell’impossibilità di cambiare sistema.

Da alcuni anni negli Usa e in Europa si parla di “left gatekeepers” ad intendere personaggi, scrittori, intellettuali e giornalisti anche di fama mondiale, che agirebbero per conto delle “sinistre” politiche, al fine di denunciare, in modo non pericoloso per il sistema, alcuni crimini delle corporations, senza però andare a smascherare completamente il gruppo di potere. Si tratterebbe di persone che devono apparire degne di fiducia per assolvere il compito di canalizzare il malcontento o i sospetti dei cittadini in modo non nocivo all’assetto di potere. Questi gatekeepers possono essere riconosciuti dal fatto che non sollevano, ad esempio, il problema del potere della Federal Reserve o della Bce, e non condannano l’intero sistema. Di solito questi personaggi trattano i problemi come se si trattasse semplicemente di schierarsi (pro o contro, a destra o a sinistra), anziché capire a fondo la realtà.
I “left gatekeepers” sarebbero indispensabili poiché è proprio il cittadino più critico a dover essere tenuto sotto controllo da personaggi che appaiono come lui, ma che di fatto propongono una percezione della realtà che non minaccia affatto l’assetto di potere. In altre parole, il sistema ha oggi bisogno di creare gli stessi dissidenti o intellettuali critici, affinché i cittadini più attenti non si rivolgano ai veri dissidenti, tenuti ai margini della realtà mediatica. Questi gatekeepers fungono da esche, per tenere ancorate al sistema persone che altrimenti se ne allontanerebbero pericolosamente.

I metodi dei gatekeepers possono essere sottili, anche se tali personaggi potrebbero facilmente essere riconosciuti dall’assenza nei loro discorsi di argomenti scottanti che smascherano il sistema, come la corruzione delle autorità o le repressioni degli eserciti occidentali.
Alcuni gatekeepers potrebbero trattare questi argomenti in modo marginale, mistificato o addirittura dicendo menzogne, come ad esempio che gli eserciti occidentali fanno “missioni” di pace o che il sistema partitico tutela la democrazia e quindi impedisce la dittatura.

Alcuni gatekeepers possono trattare argomenti che preoccupano i cittadini, ma lo faranno in modo parziale. E’ il caso del personaggio assai inquietante Berlusconi, che nel nostro paese si è posto in modo ambiguo e truffaldino, facendo credere di essersi arricchito perché capace nell’imprenditoria, mentre in realtà dietro la sua storia tutti sanno che ci sono aspetti poco chiari, che lo vedono legato ad ambienti mafiosi e massonici. La sua storia è stata raccontata da Marco Travaglio e da altri, che però non hanno messo in luce che egli aveva un ruolo preciso nel sistema, che era quello di evitare che in un paese come l’Italia, che da sempre preoccupa i colonizzatori anglo-americani, ci fosse il pericolo del mancato controllo della TV e di altri importanti media.
E’ ovvio che se un personaggio come Berlusconi poteva acquisire nel giro di pochi anni un potere talmente elevato da condizionare gli italiani con le sue TV, era perché il sistema glielo permetteva, anzi, traeva dal suo ruolo enormi vantaggi in fatto di controllo della popolazione.
L’Italia degli anni Settanta non era piaciuta affatto all’impero statunitense, che attraverso la strategia della tensione aveva fatto di tutto per piegare le lotte popolari che miravano ad ulteriori miglioramenti lavorativi ed economici, che gli stegocrati non erano disposti a concedere.

Occorre considerare che molti gatekeepers utilizzano tecniche emotive per generare fiducia e ottenere credibilità. Come scrivono gli studiosi Anthony R. Pratkanis e Elliot Aronson: “Un propagandista non si fa scrupolo di sfruttare il nostro senso di insicurezza, di evocare le nostre paure più profonde o di offrire false speranze… l’obiettivo diventa dimostrarsi superiori e giusti, non importa come”.(6)
Possono essere utilizzate critiche verso gli stessi personaggi di regime. Ad esempio, Berlusconi è stato utilizzato dai gatekeepers pagati dalla “sinistra” per diffondere lo spauracchio del “piccolo” despota.
Sono stati assoldati gatekeepers per fare in modo che il personaggio apparisse nei suoi peggiori aspetti (non era certo difficile trovarli). In questo caso si volevano far apparire migliori i politici di sinistra, rispetto ad un personaggio assai discutibile.
Questo metodo favorì la vittoria di Prodi nel 2006, e gli italiani ebbero modo di rendersi conto di quanto poco democratico fosse anche Prodi.
Anche oggi le sinistre usano lo spauracchio Berlusconi per non far vedere che il sistema partitico, essendo manipolato dall’alto, non può che produrre esiti antidemocratici, a prescindere dal personaggio che vincerà le elezioni. In altre parole, in tutti i casi, non saranno tenuti in gran conto gli interessi dei comuni cittadini, ma soltanto quelli delle banche, delle grandi corporation e delle autorità che controllano il nostro paese.

Per capire veramente il fenomeno Berlusconi bisognerebbe capire cosa accadde negli anni Settanta, periodo in cui molti lavoratori protestavano per l’uso autoritario del mezzo televisivo, essendo consapevoli del potere che esso dava.
Negli anni Settanta si parlò di “crisi della televisione”, ad intendere le numerose critiche e auspici di riforma avanzati alla TV di Stato. Si criticava l'uso autoritario del mezzo televisivo, che privava la società civile di prenderne parte e di avere potere decisionale sui programmi. Si denunciava la strumentalizzazione del mezzo da parte della classe egemone, che lo utilizzava per rafforzare il proprio potere e per passivizzare i cittadini. Molti autori, auspicando un uso "democratico" del mezzo, denunciarono l'uso verticale della TV, e che i cittadini comuni non potevano usarla per le loro esigenze, dovendo subire una programmazione fatta dalle autorità, a difesa del sistema di potere.
Ad esempio, scriveva il giornalista Giovanni Cesareo:
"L'accentramento (della TV) ... è totale... sarebbe stato possibile instaurare collegamenti fissi con qualsiasi luogo... Le reti televisive sarebbero diventate... reti di comunità... Nei fatti, oggi, la 'circolarità' della comunicazione televisiva è una 'circolarità' interna, che, semmai, si apre ai centri di potere o ad alcuni luoghi ove si svolgono spettacoli e manifestazioni sportive... La televisione... è stata ridotta a mezzo di distribuzione a senso unico di messaggi 'autoritari'... Sappiamo anche... che in questi ultimi anni in Italia si sono avite numerose manifestazioni operaie contro la RAI-TV; si sono avuti agitazioni e scioperi dei dipendenti dell'azienda radiotelevisiva; si è accentuata, in linea generale, la critica nei confronti della programmazione televisiva... le 'idee dominanti' permeano anche i programmi di evasione... le classi oppresse sono costrette a vivere e a muoversi in un sistema sociale che impone le sue leggi."(7)

Anche i sindacati auspicavano una riforma della televisione. In un documento scritto da un gruppo di lavoro CGL-CISL-UIL, titolato "Appunti per la riforma della RAI-TV", si legge:
"L'ente RAI-TV, pur mantenendo il suo carattere nazionale, deve prevedere ampie ed autonome articolazioni al fine di garantire la massima partecipazione dei lavoratori, delle loro organizzazioni, delle associazioni culturali e ricreative, nella fase di ideazione e di realizzazione dei prodotti formativi e informativi".(8)

Per eliminare le proteste, occorreva creare un nuovo panorama televisivo, in cui il privato avrebbe avuto rilievo, e avrebbe abbassato il livello qualitativo dei programmi, spazzando via definitivamente la velleità popolare di poter avere voce in capitolo all’interno di un mass media così importante come la TV.

Prima che si imponesse Berlusconi in Italia, come racconta lo scrittore Lawrence K. Grossman, ci furono diversi altri casi di personaggi simili, alcuni dei quali raggiunsero il “successo” con mezzi analoghi. Ad esempio, negli Usa, dagli anni Ottanta, il miliardario Ross Perot utilizzò le stesse tecniche di Berlusconi, candidandosi e criticando la “vecchia” politica, facendo frequenti apparizioni in diversi programmi televisivi, e mostrandosi talvolta in comizi allegri come feste e in bagni di folla. Nonostante Perot non fosse riuscito ad avere una lunga carriera politica, il suo modello fu seguito da molti. Racconta Grossman: “Berlusconi… ebbe un enorme vantaggio rispetto a Perot, in quanto utilizzò per autopromuoversi, contemporaneamente e al massimo, le tre maggiori televisioni commerciali italiane, alcuni importanti quotidiani e periodici, nonché una grande concessionaria di pubblicità, tutti di sua proprietà”.(9)
Anche in Brasile si ebbe un caso analogo, il proprietario di un impero mediatico, Roberto Marinho, utilizzò il suo potere per condizionare politicamente addirittura attraverso un gruppo parlamentare.(10)
Concentrare i media nelle mani di pochi è utile per poterli meglio controllare, concedendoli a persone di “fiducia”, veri paladini nella difesa del sistema.

In sintesi, Berlusconi è come un tassello che andrebbe inserito nel puzzle per poterne comprendere appieno il significato. Rimanere nel dettaglio e continuare a dissertare sul personaggio dicendo “non sottovalutiamolo”, o “stiamo attenti a lui”, significa perlomeno trascurare quegli aspetti gravissimi del sistema che hanno creato tale personaggio e lo usano per determinati scopi. In altre parole, il gatekeeper vi potrà raccontare per filo e per segno tutte le magagne di Berlusconi o di altri infimi personaggi, ma eviterà accuratamente di estendere il discorso alla creazione di tali personaggi, affinché non comprendiate il marcio che c’è alla radice del sistema e non risaliate agli stegocrati.

Smascherare i gatekeepers può essere facile se non si è soggiogati ai meccanismi tipici della cultura di massa. Può essere difficile quando un determinato personaggio che svolge funzioni di gatekeeping raggiunge una notevole popolarità e ha i suoi “fans”, esercitando una certa suggestione e influenza. Addirittura, in alcuni casi gli stessi “fans” diventeranno piccoli gatekeepers, pronti a reagire contro coloro che smascherano la malafede dei loro idoli, utilizzando metodi propri della cultura di massa, ovvero cercando di colpire la persona, non potendo confutare i concetti.
In altre parole, se c’è l’effetto “interazione parasociale” (IPS) (si veda a questo proposito http://antonellarandazzo.blogspot.com/2008/07/intrallazzi-mediatici.html ), risulterà più difficile smascherare il gatekeeper.
L’effetto IPS crea un legame emotivo con il personaggio mediatico, basato sull’immagine creata dai media, e sulla fiducia suscitata dal gatekeeper.
E’ ovvio che la persona comune non sospetterà di un personaggio che, ad esempio, si propone come colui che svela gli inghippi del potere, e critica aspramente i politici. In tal caso si crea fiducia, e dato che il sistema potenzierà una notevole disinformazione, molti non si accorgeranno dell’inganno.
L’effetto IPS fa dimenticare che le persone che appaiono spesso sui media non possono essere veramente “nemici” del sistema, in quanto personaggi ospitati da chi regge le fila della realtà mediatica. In altre parole, sarebbe assurdo ritenere che coloro che spendono miliardi di euro per tenere sotto controllo l’opinione pubblica tramite i mass media, poi facciano l’errore grossolano di dare importanza mediatica a chi ostacola il loro potere. Essi sanno benissimo quanto è importante ciò che appare nei media. E’ chiaro che tutti i personaggi che hanno particolare rilievo positivo sui media di massa sono in realtà gatekeepers. Per verificarlo con certezza si deve semplicemente ascoltare attentamente quello che dicono e fare la “lista” di quello che non dicono o che mistificano. E’ chiaro che più si è informati correttamente e più si è capaci di smascherare i gatekeepers, e viceversa, meno si è al corrente dei fatti e più si dà fiducia ai gatekeepers.

Un metodo molto utilizzato dai gatekeepers è quello di trattare argomenti che fungeranno da distrazione rispetto alle vere questioni politiche o economiche. Ad esempio, possono parlare dell’amante di Berlusconi, o di argomenti che vedono polemiche e litigi fra “destra” e “sinistra”, ma non parleranno di ciò che il governo non sta facendo per tutelare la salute dei lavoratori, o i cittadini dall’aumento delle bollette e dei generi di prima necessità.
Parlando delle beghe politiche non parleranno, ad esempio, di come sta procedendo il piano degli stegocrati di creare una dittatura mondiale. I media occidentali non hanno mai parlato dell’accordo fatto nel 2005 dalle autorità statunitensi, canadesi e messicane per unificare politicamente, economicamente e finanziariamente i loro paesi, facendo nascere l’Unione Nordamericana. Ciò farebbe parte del cosiddetto "Nuovo ordine mondiale" che prevederebbe l'unificazione finale fra Unione Europea, Unione Africana, Unione Asiatica e Unione Nordamericana, sotto un unico governo. Ovviamente, nessun gatekeeper ve ne parlerà mai, anzi, essi cercheranno di negare o ridicolizzare ogni aspetto scomodo del sistema quando verrà a galla. Sarebbero capaci di negare persino l’evidenza, e accusare non chi crea il sistema criminale, ma chi lo svela. Fanno passare per fanatici o bizzarri tutti coloro che sollevano verità scomode.

Alcuni argomenti di cui i gatekeepers non parlano (e quando vengono rivolte loro domande su questi argomenti tendono a denigrare chi solleva tali problemi definendoli “complottisti”, “fanatici”, o facendoli passare per persone esageratamente diffidenti) sono:

- Progetto stegocratico di una dittatura globale con un unico centro di potere.
- Signoraggio.
- Verità sull’11 settembre.
- Repressioni attuate dagli eserciti occidentali nei paesi del Terzo Mondo.
- Vero significato del termine “terrorismo” (vedi a questo proposito http://www.disinformazione.it/significato_terrorismo.htm ).
- Scie chimiche.
- Sistemi dittatoriali creati e controllati dalle autorità statunitensi.
- Vero volto degli organismi internazionali (FMI, BM. ecc.).
- Verità sullo Stato d’Israele.
- Verità sulla condizione coloniale dell’Italia.
- Verità sui legami fra mafia e autorità statunitensi.
- Vera autodeterminazione dei popoli.
- Tecniche di controllo mentale per evitare che il sistema possa essere minacciato.
- Crimini dei cartelli farmaceutici.
- Uso criminale della Scienza e della produzione alimentare.

Se non vi dicono la verità su questi argomenti, per quanto possano sembrare onesti, si tratta senza dubbio di gatekeepers.
L’unico modo per difendersi da questo fenomeno è quello di cercare per quanto possibile di informarsi correttamente e di dubitare di qualsiasi personaggio che gode di un certo rilievo mediatico, potendo appurare che egli apparirà reticente sulle sopraelencate questioni.



Articoli correlati:
http://www.disinformazione.it/manipolazione_opinione.htm
http://antonellarandazzo.blogspot.com/2008/07/castronerie-varie.html
http://antonellarandazzo.blogspot.com/2008/07/intrallazzi-mediatici.html



NOTE

1) Wolf Mauro, “Teorie delle comunicazioni di massa”, Bompiani, Milano 1995, p. 152.
2) Cit. Morresi Enrico, "Etica della notizia", Edizioni Casagrande, Bellinzona 2003, p. 182.
3) Boella Laura, “Neuroetica”, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008, p. 17.
4) Per capire il termine “stegocrate” si veda http://antonellarandazzo.blogspot.com/2008/03/lipotesi-stegocratica-parte-prima-il.html
5) Cit. Murialdi Paolo, "La stampa italiana dalla liberazione alla crisi di fine secolo", Laterza, Bari 2003, p. 154.
6) Pratkanis Anthony R., Aronson Elliot, “L’età della propaganda”, Il Mulino, Bologna 2003, p.100.
7) Cesareo Giovanni, "La televisione sprecata", Feltrinelli, Milano 1974, pp. 16-149.
8) Cesareo Giovanni, op. cit., p. 35.
9) Grossman Lawrence K., “La Repubblica elettronica”, Editori Riuniti, Roma 1997, pp. 26-27.
10) A questo proposito si veda: http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Settembre-2001/pagina.php?cosa=0109lm26.01.html&titolo=Libertà%20di%20stampa,%20censura%20del%20denaro

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Buona parte di quanto scritto è senz'altro condivisibile, fermo restando che l'autrice (sperando ci raggiunga per affrontare un dibattito) non spiega bene come uscire dal sistema vorticoso che ci induce quotidianamente ad assorbire notizie pilotate; evidentemente non abbiamo vie di salvezza, se non affrontare magari una volta a settimana viaggi in Israele per cercare di scoprire da soli la verità sul conflitto. E' senz'altro una provocazione dialettica, la mia, ma trovandomi all'interno della chiocciola mediatica, sono abituato sempre a nuotare per cercare sponde a cui aggrapparmi. Inoltre, nell'articolo si fanno ampi riferimenti al "sistema Berlusconi" come grande manipolatore del sistema di informazione pubblico tramite le sue reti commerciali, omettendo di dire però che è altresì vero che agli inizi del 2008 la situazione politica all'interno della Tv di Stato era palesemente rivolta a sinistra con circa il 70% dei responsabili tinti di rosso (fonte Rai, pubblicato da Libero per mano di Flavio Berlanda). L'autrice, ad onor del vero, cala la scure anche sugli "artisti contro" alla Travaglio o Grillo; ma per loro non ha ritenuto opportuno dedicar paragrafi a parte come per il Premier.
Insomma, a parere dello scrivente, l'articolo è sicuramente ottimo e pieno di contenuti, riferimenti e spunti di riflessione: molto interessante ed assolutamente imperdibile...
Ma una domanda mi verrebbe da fare alla Dott.ssa Randazzo: "Lei si considera una Gatekeeper ?"
postato da Ciceruacchio74 alle ore 08:31 | link | commenti (7)
categorie: blog, articoli, gatekeeper
martedì, 26 agosto 2008

Segnali di civiltà dalla giungla

Alla faccia del ciarpame ideologico ed autoassolutorio imperante su tutti media - cinema ovviamente compreso - è ancora possibile sperare in seppur minime forme di civiltà.



Massimo Numa de La Stampa intervista Francesco Pagani Cesa, ex BR, ergastolano.

da Dagospia

Francesco Pagani Cesa, 49 anni, milanese, oggi è direttore del giornale dei detenuti di Novara, «La Gazza Ladra». Fu un capo-colonna, tra l’80 e l’82, delle Brigate Rosse. È il periodo in cui l'organizzazione si frammenta in anime diverse, spesso in contrasto: il più feroce e sanguinario. Pagani Cesa fu arrestato e condannato all’ergastolo. Ed è il suo impegno nei media il punto di partenza di un’intervista, la prima dopo 25 anni di silenzio. Ventidue anni di carcere, poi la semilibertà. Niente foto. È l’unica richiesta di Pagani Cesa.

Il suo giornale si batte contro la pena di morte. Però lei, nel suo passato, non ebbe pietà...
«Nel contesto degli articoli pubblicati, in uno in particolare, è scritto in modo chiaro che se io fossi stato in un altro Paese non potrei oggi, a causa del mio passato, essere qui a battermi contro la pena capitale. Sarei stato condannato a morte. Non ho mai nascosto quanto è avvenuto».

Lei, in tutti questi anni, a differenza di altri ex Br o Prima Linea, non è mai intervenuto nel dibattito sul post-terrorismo. Perchè?
«È stata una scelta precisa. Sono contrario al "reducismo professionale", sul modello di Sergio Segio, Adriana Faranda e Susanna Ronconi. Intanto per rispetto del dolore dei familiari delle nostre vittime, e credo sia l'aspetto più importante: ferite ancora aperte, e che non si chiuderanno mai. Poi per ovvie ragioni di credibilità. Io rispetto tutti, per carità, non voglio giudicare nessuno. Ma il silenzio, per me, è stato un dovere».

Cioè?
«Nel percorso di alcuni ex brigatisti c’è questa insana voglia di una massima esposizione. Io ho avuto moltissimi inviti a partecipare a trasmissioni tv, a rilasciare interviste e quant'altro. Insomma, riapparire e quindi riesistere. Ma il reducismo è in realtà un vissuto che attira, che fa richiamo, è dunque spettacolarizzato, da consumare. Come un reality».

Sul suo giornale non ha mai pensato di recensire libri o film sulle Br? L'ultimo film, il "Sol dell'Avvenire", tratto dal libro di Alberto Franceschini, ha sollevato polemiche...
«Non li recensirei, né, confesso, li andrei a vedere. Troppo presto per la storia, troppo tardi per la cronaca. C'è ancora bisogno di tempo, di rileggere a mente fredda gli Anni di piombo. Non possono che essere realizzati in modo approssimativo, con una cifra artistica di basso livello».

È rimasto in contatto con gli ex compagni?
«Non m’interessa coltivare questo tipo di rapporti, non credo alle rimpatriate».

Passa mai in via Domodossola?
«No, assolutamente, me ne guardo bene. Sono ferite, ripeto, ferite profonde, che non si chiuderanno mai. Accetto di essere chiamato assassino, che è la verità, non solo giudiziaria. Ma contesto il "taglio" che viene dato dai media su quei fatti. Non furono il frutto dell'azione di pazzi, di schegge impazzite. Allora, le Brigate Rosse erano il prodotto delle contraddizioni sociali e politiche nate dopo il boom. Avevano una forte e radicata rappresentatività nel movimento operaio. Io stesso, giovanissimo, ero operaio, lavoravo in fabbrica, all’Innocenti di Milano.

Questo non può non essere riconosciuto. Resta l'amarezza di avere sbagliato tutto. Ma non eravamo soli. Leggo sui giornali le firme, vedo le loro facce in tv, non mi piace. Parlo della gente che negli anni delle Br discuteva se entrare in clandestinità o no. Avevamo torto marcio, ok. Ma non eravamo solo noi i pazzi, gli scoppiati, a scrivere comunicati "deliranti". Forse non è ancora chiaro».

Non ha mai pensato di parlare, di chiedere perdono, ai familiari delle vittime?
«Sarebbe solo di cattivo gusto. Nei documenti dei processi questo aspetto, chiedere il perdono, è stato affrontato. Se si potesse risarcire il male coi soldi, con una lettera, con le parole, lo avrei sicuramente fatto. Ma non servirebbe a nulla. Ho troppo rispetto per il dolore delle famiglie, lo condivido. E penso con rabbia e pena alle mille vite spezzate, anche dalla nostra parte, alle mille vite inutilmente rovinate. Adesso, meglio il silenzio. L'unico viatico, forse, è quello di fare in modo che altri, i giovani, non cadano di nuovo in errore».

Come giudica le nuove Brigate Rosse?
«L'improvviso comparire di terze linee attempate, di ragazzini senza storia, mi ha fatto riflettere. Il terrorismo è morto nei primi Anni ‘80. Il resto è, davvero, solo un'inutile follia. A quei tempi le azioni terroristiche si misuravano sull’arco delle ore; oggi, con gli anni. E non solo in Italia, ma in tutta Europa.

Le Br non esistono più. Certo, qualche pazzo può prendere una pistola e compiere gesti criminali isolati. Nella personalità degli anziani neo brigatisti c'è forse il rammarico di essere rimasti in seconda linea nei tempi in cui la guerriglia c'era davvero. Il riemergere di questi fantasmi è semplicemente un'assurdità. Non rappresentano nulla, se non le loro frustrazioni».

E i terroristi-ragazzini?
«I sessantenni, i cinquantenni di oggi, quando avevano vent’anni vivevano in un’atmosfera politica stimolante, forse unica, ricca di movimenti, di curiosità culturali, con una società al centro di profondi cambiamenti socio-economici. Oggi, niente di niente. Sono generazioni vuote, senza valori di riferimento. Chi sogna di imbracciare un’arma non sa neppure di che cosa si sta parlando. Avventurismo, gente isolata. Auto-referenziale».

Quali sono le sue idee di oggi? In quale partito, in quale schieramento, si identifica?
«Esaurite per sempre le due grandi scuole politiche, mi sento un liberista. Ho un punto di riferimento nel Partito Democratico. A volte lo critico da destra, a volte da sinistra. Certamente non ho nostalgie di alcun tipo per il marxismo ortodosso».

Leggendo il suo giornale, ci si imbatte spesso nel lessico politico Anni ‘70...
«C'è il luogo comune che i giornali dei detenuti debbano comunque essere un po' patetici, un po' sentimentali, un po' retorici. Non potremo mai rinnegare la cultura dove ci siamo formati, giovanissimi, il modo di esprimerci. Effettivamente, la "Gazza" non è per tutti».

Qualcuno, a Novara, le fa pesare il suo passato?
«La scelta di un profilo più basso possibile mi consente di lavorare in modo sereno. Mi spiacerebbe, dopo il tempo passato, vedere tornare ombre negli occhi delle persone. Ma è un rischio che devo accettare».
postato da grandebugia alle ore 07:02 | link | commenti
categorie: terrorismo, comunisti, br , lotta continua
lunedì, 25 agosto 2008

PD in luna di miele con gli italiani

Questo il titolo dell'Unità

Stupro a Roma, il sindaco Alemanno: colpa loro. Il Pd: vergogna

Questo il sondaggio appena trasmesso da SKY TG24 (non di certo una testata filogovernativa)



Traduco qui perchè l'immagine non è molto chiara.
La domanda è "Violenza a Roma, il sindaco Alemanno. I due turisti sono stati imprudenti. Sei daccordo?
Il 63% ha risposto SI, il 37% NO.

Non c'è che dire, il PD è sempre più in sintonia con gli italiani!
postato da grandebugia alle ore 17:34 | link | commenti (14)
categorie: roma, romeni, alemanno, aggressione olandesi
lunedì, 25 agosto 2008

Diritto all'ignoranza

Uno dei tanti passati che non passa, e le conseguenze si trascinano fino ad oggi. Un ciclo della nostra storia descritto spesso sotto la pulsione di smanie e fantasia, più che di conoscenza, un movimento che avrà certamente avuto molti difetti ma forse la sinistra ha preferito ereditarne solo quello del “diritto all’ignoranza”.


Tratto dal Il Sussidiario del 25/08/08

'68: un fenomeno da capire, non da mitizzare

Giovanni Cominelli, responsabile del Dipartimento Sistemi Educativi della Fondazione per la Sussidiarietà, ha presentato ieri al Meeting il suo libro La caduta del vento leggero, la storia di un ragazzo delle cattolicissime valli bergamasche segnato dall’ondata del Sessantotto. Sul fatidico anno di cui ricorre il quarantennale Cominelli parla oggi, sempre al Meeting, nell’incontro intitolato: «’68 Un’occasione perduta?». Ilsussidiario.net gli ha chiesto qualche anticipazione. 

Non le sembra che l’anniversario del “formidabile” 68 stia passando un po’ in sordina?

In realtà mi pare che si continui nel vizio di un uso ideologico, non privo di strumentalizzazioni politiche, di quell’evento. È inutile attribuire al Sessantotto tutte le colpe dei nostri mali quanto lo è idealizzarlo acriticamente. La questione è cercare di capire. E per capire occorre uscire dal mito.

Cioè?

Occorre fare ciò che è stato fatto riguardo alla Resistenza. Quando ero giovane io e andavamo a sentire qualche partigiano, qualsiasi cosa dicesse era ricompresa nell’aura mitologica della Resistenza intesa, togliattianamente, come “nuovo risorgimento”. Oggi, invece gli storici iniziano a guardare a quel fenomeno in tutte le sue sfaccettature, comprendendo che in essa ci furono molti filoni. Lo stesso va fatto per il Sessantotto.

Proviamo.

Prima di tutto occorre dire che il Sessantotto fu un movimento e, come la sociologia ha ampiamente studiato, i movimenti sociali hanno uno stato nascente nel quale sono compresenti potenzialità diverse – e quindi diversi sviluppi – e diverse origini.

Da dove arrivava il movimento del Sessantotto?

Dallo straordinario sviluppo che l’Italia aveva avuto nel dopoguerra. Uno sviluppo che ha implicato fenomeni sociali di enorme rilevanza. Basta pensare all’emigrazione: 12 milioni di persone che si sono spostate, oppure allo sradicamento culturale e religioso comportato dall’abbandono delle campagne. In forza del grande sviluppo economico la maggioranza degli italiani si è trovata in una condizione tale per cui il problema non era più il sostentamento; cominciava, soprattutto nei giovani, ad emergere il tema della qualità, meglio del senso, di quello stesso sviluppo. Il Sessantotto è stato, in fondo, una domanda: ma dove stiamo andando?

E dove si stava andando?

È questo il punto: nessuno lo sapeva. O meglio, nessuno si è fatto carico del bisogno espresso dai giovani. Molti si arroccavano sulle loro posizioni; si figuri che una volta osai porre una domanda a un professore universitario a lezione; la risposta fu: “Non si disturba il manovratore”. Da un lato ci fu, dunque, un miope arroccamento fino alla repressione e dall’altro una cedevole connivenza con la quale ci si illudeva di acchiappare i giovani. Di fronte a questo vuoto di proposta si sono affermate correnti ideologiche, che affondavano le loro radici ben prima del Sessantotto.

Quali?

Anzitutto vorrei parlare del mondo cattolico. Il Concilio Vaticano II era stato un terremoto, che aveva messo in discussione un mondo che sembrava solido e compatto. Prima dell’evento conciliare il motto era “Christus vincit” e poi ci siamo trovati ad avere a che fare con la teologia della “morte di Dio”. Pochi, tra questi don Giussani, si erano accorti della debolezza di un cristianesimo apparentemente forte della sua struttura parrocchiale e del nesso col partito cattolico, ma debole di proposta educativa. Così siamo passati da una fede tradizionalista a una che, in fondo, non è altro che una pura costruzione mondana, un messianismo terreno. Da qui la contaminazione con l’altro messianismo, il marxismo.

Marxismo che ben presto è diventato l’ideologia dominante del Sessantotto.

Sì, però, anche qui bisogna fare delle distinzioni. Un conto è il Partito Comunista, che non era affatto rivoluzionario, e aveva a sua volta diverse anime. Una di queste, che poi si staccherà dal PCI, mirava ad una formazione politica basata sui “consigli (in russo: soviet) degli operai e degli studenti”. La fazione maoista si rifaceva alla rivoluzione culturale cinese (di cui non sapeva nulla), interpretandola erroneamente come esperienza di carattere libertario. C’erano poi tutti i vari gruppi che si contendevano la perfetta ortodossia marxista. Tra di essi ebbe poi fortuna il filone operaista. Fu a un convegno sindacale del 1962 – per questo ho parlato prima di radici lontane del Sessantotto – che un gruppo comunista sostenne per la prima volta che nell’Italia del boom economico non si poteva più parlare della dialettica padrone-operaio nei termini tradizionali; il capitalismo avanzato, secondo loro, aveva inglobato gli operai e le loro rappresentanze, per cui occorreva individuare la “nuova razza pagana”, cioè la nuova forza rivoluzionaria, e con essa fare, appunto, la rivoluzione. È all’interno di questo filone che si svilupperanno forme di lotta violenta, fino alle Brigate Rosse.

Nelle ricostruzioni del Sessantotto sembra dominante proprio il problema del suo rapporto col terrorismo.

Una certa impostazione storiografica attribuisce la deriva violenta del Sessantotto alla repressione delle proteste studentesche. Simbolicamente si prende l’attentato di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969) come simbolo della reazione del potere, da cui sarebbe derivata la uguale e contraria risposta violenta dei contestatori; ma il Collettivo Politico Metropolitano di Milano, da cui sarebbero sorte le Brigate Rosse, è nato prima di piazza Fontana. L’opzione violenta era contemplata da molti gruppi; c’era una formazione politica che aveva nel suo simbolo la falce col mitra al posto del martello. Del resto la teoria che al fascismo risorgente si doveva opporre la lotta armata risaliva ai primi anni di vita repubblicana. Anche questo particolare aspetto mette in rilievo la necessità di una ricerca storica seria, approfondita, che stia attenta alla multiformità del fenomeno Sessantotto e che, finalmente, ce lo faccia comprendere per quello che è stato e non per il mito – positivo o negativo – che ce ne siamo fatti.

postato da bibbi1 alle ore 10:03 | link | commenti
categorie: cultura, sessantotto, br , complottisti, formazione del pensiero
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GRANDE BUGIA è chiaramente ispirato all’omonimo capolavoro-inchiesta di Giampaolo Pansa. Questo libro, ultimo di una serie dedicata alla storia d’Italia nascosta dall’intellighenzia comunista, ha rappresentato per me un’illuminazione. E forte è cresciuto il desiderio di approfondire i temi e gli eventi che dal dopoguerra ad oggi hanno avuto solo una interpretazione, faziosa ed ipocrita. Nel suo piccolo questo blog si propone di dare voce anche a chi non la pensa come alcuni contemporanei telepredicatori e dubita fortemente dei messaggi divulgati dalla “cultura ufficiale”.

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