Sulla natura dei “tristi” fatti avvenuti a Roma, vorrei aspettare prima di arrivare ad una conclusione affrettata, non vorrei che si ripetesse lo stesso errore della disavventura avvenuta qualche mese fa al Pigneto.
Quello su cui stavo riflettendo, terminato di leggere l’articolo, è che non solo non tollero ma proprio non riesco a capire l’estremismo, naturalmente sia di destra che di sinistra. Altro che fattore di “pancia” e di ideologia, è solo fonte di ignoranza e rifiuto della “civiltà”. Come si può solo minimamente pensare di voler sostenere e portare avanti ideologie che oggi più che mai andrebbero catalogate alla sezione “utopia”? Il tempo passa, gli scenari della vita cambiano e bisogna fare tesoro degli errori commessi in passato smettendola di insistere nel rimandare indietro a tutti i costi la pellicola di un triste film in bianco e nero.
Tratto dal Corriere della Sera del 30/08/08 con aggiornamenti del 31/08/08
ROMA - Aggrediti al grido di «Zecche, andatevene, abbiamo i coltelli» e poi colpiti con armi da taglio e catene: uno di loro è ricoverato al Cto con ferite profonde alla coscia. È accaduto venerdì notte, dopo le 4, lungo via Ostiense. Tre giovani militanti di sinistra, al ritorno del concerto al parco Schuster in ricordo di Renato Biagetti (il giovane ucciso a coltellate due anni fa a Focene da due estremisti di destra) sono stati presi alle spalle da una decina di persone, sui 27-28 anni, che prima li hanno insultati e poi, dopo aver colpito con una catena uno di loro, si sono accaniti su un altro, prima con tre coltellate e poi con altre tre.
COLTELLATE E CALCI IN FACCIA - «Avevano le teste rasate, erano armati di coltelli e catene: si è trattato di un vero e proprio agguato premeditato». Così Emiliano, 27 anni, descrive l'aggressione. I giovani sono stati medicati all'ospedale Cto della Garbatella: il più grave, Fabio Sciacca, ha una prognosi di 7 giorni perchè accoltellato a una coscia. «Dopo il concerto, intorno all'una di notte - racconta Emiliano - ci siamo spostati al centro sociale Pirateria che dista poche centinaia di metri dal parco dove si è svolto il concerto. Alle quattro abbiamo deciso di tornare a casa, la strada era deserta: dopo alcuni metri abbiamo sentito delle grida, dieci ragazzi vestiti con magliette nere e teste rasate hanno cominciato ad insultarci, quindi, si sono avvicinati e ci hanno aggredito». I tre, secondo quanto racconta il giovane, sono stati presi a calci e pugni e feriti con armi da taglio. «A Fabio sono state inferte almeno tre coltellate ed una lo ha ferito alla coscia e, una volta a terra, preso a calci in faccia. Anche io sono stato picchiato e scaraventato con violenza a terra». L'aggressione è durata pochi attimi. «Dopo averci colpito - spiega ancora - sono fuggiti a piedi. Si è trattata di una vera e propria provocazione di stampo neofascista, in una serata in cui ricordavamo un nostro compagno, ammazzato proprio da estremisti di destra».
CONDANNA DI ALEMANNO - «Esprimo ferma condanna per questo grave episodio di violenza che, secondo le testimonianze delle vittime, sembra essere di natura politica», ha detto sindaco di Roma Gianni Alemanno. «Mi auguro - ha sottolineato Alemanno - che gli inquirenti siano in grado di assicurare subito alla giustizia i responsabili di questo gesto criminale, verificando con assoluta certezza se dietro di esso esista una forma organizzata di estremismo di destra. Alle vittime dell'aggressione va la mia piena solidarietà e invito tutte le forze politiche cittadine a vigilare affinché non si inneschi una nuova spirale di violenza politica in città».
POMARICI: FATTO GRAVISSIMO - «L'aggressione della scorsa notte è un fatto gravissimo. Esprimo a nome del Consiglio Comunale di Roma la più ferma condanna e la solidarietà agli aggrediti. Desidero altresì ribadire che la tolleranza e il dialogo sono l'unico modo di confronto possibile», afferma in una nota il presidente del Consiglio comunale di Roma Marco Pomarici. «La città di Roma - ha aggiunto - in passato ha sacrificato sull'altare delle violenze politiche, delle ritorsioni, del fanatismo ideologico, troppe giovani vite. Il ricordo degli anni Settanta deve servire da monito per non ricadere in quella spirale di odio».
La frode e il saccheggio di Telecom Italia sono stati compiuti già all’inizio, nella sua «privatizzazione».
Fu nel 1997, quando il governo Prodi mise sul mercato le azioni telefoniche in possesso del Tesoro. E vendette quelle azioni - cosa nostra, pagate da noi contribuenti in mezzo secolo - per una cifra minima: tant’è vero che si vide, in un anno, che Telecom valeva sul mercato cinque volte di più (più 514 %).
Insomma Prodi svendette un patrimonio nostro e dello Stato.
Un regalo per amici e privilegiati.
Vero è che l’enorme rialzo fu in parte dovuto ad altre frodi del governo.
Si proclamò che di Telecom si voleva fare una public company; i piccoli risparmiatori furono invitati a comprare da una campagna martellante (e infatti comprarono l’85%).
La fiducia dei risparmiatori fu artificialmente accresciuta dall’affermazione, emanata dal Tesoro, che la AT&T, il colosso USA delle telecomunicazioni, s’era precipitata a comprare ben il 2,4% della nostra Telecom: una presenza che aumentava il prestigio e dunque il valore di Telecom.
Ebbene, era una menzogna.
Quel 2,4 % restò parcheggiato al Tesoro, fino a quando AT&T rese pubblico che non aveva mai pensato di comprare alcunchè.
Ministro del Tesoro era allora Ciampi, il padre della patria.
Al vertice di Telecom fu nominato il sempre intoccabile Guido Rossi.
In realtà, il potere fu assegnato a un «nocciolo duro» di vari proprietari, ciascuno dei quali possedeva dallo 0,5 %, allo 0,6 %: fra cui Ifil (Agnelli).
I soliti capitalisti senza capitale.
Prima ancora della privatizzazione, il più bell’affare sporco di Telecom: nel ‘97 compra il 29 % di Telekom Serbia, pagando a Milosevic 878 miliardi di lire.
Rivenderà questa quota a Telekom Serbia, cinque anni dopo (caduto Milosevic), per 378 miliardi, con una perdita del 57%.
Nel 1997, quando il governo (Prodi) privatizza Telecom, ne ricava 11,8 miliardi di euro.
Lo Stato esce dalle telecomunicazioni, si proclama.
Ma nel 2001 ENEL - società pubblica - rientra nelle telecomunicazioni comprando Infostrada, una concorrente di Telecom, ma più piccola.
E per quale cifra? 11 miliardi di euro.
Ma che c’entra Infostrada, direte voi.
C’entra e spiega come avvenne il saccheggio.
Infostrada è, sostanzialmente, la vecchia rete telefonica interna delle Ferrovie dello Stato.
Il governo (Prodi) vendette questa preziosa infrastruttura, nostra e pagata da noi, ad Olivetti (De Benedetti) per 700 miliardi di lire, pagabili con comode rate in 14 anni.
E Olivetti la vendette subito alla tedesca Mannesman per 14 mila miliardi di lire, mica a rate, ma in unica soluzione.
Non è un bel regalo, un patrimonio nostro ceduto a un amico loro a un ventesimo del suo valore?
Nessuno fu incarcerato per questo.
Anzi, uno sì: Lorenzo Necci, onesto manager delle Ferrovie, cercò di opporsi.
Giuliano Amato e Massimo D’Alema gli consigliarono di non fare il difficile, di dare la rete a Olivetti senza tirare sul prezzo.
Necci non capì l’amichevole consiglio.
La magistratura lo incriminò subito dopo. Le sue telefonate intercettate divennero di pubblico dominio, lo attendevano mesi di carcerazione preventiva.
Poi assolto.
D’Alema va al governo, e comincia il saccheggio firmato Colaninno.
Questo «capitano coraggioso» dalemiano s’è accaparrato Olivetti, e con questa dà la scalata a Telecom.
Con irregolarità mostruose: ma quando la Consob, con Spaventa a capo, vuol vederci chiaro, un colloquio a quattrocchi di D’Alema con Spaventa spaventa Spaventa (che non è un ardito, ed ha di fronte l’esempio di Necci).
Un caso soltanto: nell’offerta pubblica d’acquisto, Colaninno è costretto ad aumentare l’offerta, da 10 a 11,5 euro ad azione, perché il titolo in Borsa è salito.
Da quel momento ovviamente Colaninno ha estremo interesse che il titolo non salga più sul «libero mercato».
Che fa?
Si scopre che in quei giorni lui e soci vendono di soppiatto le azioni in loro possesso e di cui dichiarano al mercato di essere pronti a comprarne di più: per farne calare il corso.
I capitani coraggiosi realizzano tra l’altro una plusvalenza di 50 miliardi con questa vendita occulta, perché hanno approfittato del rialzo da loro stesso determinato con l’annuncio di voler acquistare a 11,5 anziché a 10.
In altri Paesi, ciò si chiama aggiotaggio e insider trading, e porta in galera.
In Italia no, quando governa D’Alema.
Colaninno si scusa, e finisce lì.
La scalata venne definita dal Financial Times «una rapina in pieno giorno».
Colaninno non ha soldi, ma amici e ingegno.
Controlla al 51 % una società fantasma, la Hopa, che controlla il 56 % di un’altra entità chiamata Bell, la quale controlla il 13,9 % di Olivetti, la quale a sua volta controlla il 70% di Tecnost, che controlla il 52 % di Telecom.
Fatti i conti, Colaninno e i suoi complici controllano Telecom detenendone l’1,5 %.
Saggia minuscola partecipazione: Telecom ha già 30 mila e passa miliardi di debiti, e deve pagare il debito con rate di 6,600 miliardi l’anno, un rateo mangia-profitti.
Qualche curiosità si appunta, in queste scatole cinesi, sulla Bell: non si sa chi ne siano i soci. A garantire la trasparenza della Bell interviene direttamente il capo del governo, D’Alema.
Chissà perché.
Due giornalisti di Repubblica scoprono un perché possibile: tra i soci fondatori di Bell compare un capitalista collettivo chiamato Oak Fund, con sede alle Cayman.
Oak Fund significa, tradotto, Fondo Quercia, e risulta un fondo gestito in esenzione fiscale, in un paradiso vietato dalla legge italiana, da soci anonimi con quote al portatore.
Sarà a causa di questo Fondo Quercia che Marco Travaglio parlerà, a proposito dei nuovi comunisti, come di gente «entrata al governo con le pezze al culo e uscitane coi miliardi»?
Sarà per questo che Prodi esalò un giorno: «Se avessi fatto io il 2 % di quel che sta facendo D’Alema per influenzare le decisioni di aziende quotate sui mercati sarei già crocifisso»?
Certo è che ci furono dei bei guadagni dai saccheggi di Colaninno.
Colaninno stesso ne è uscito, dopo il disastro da lui provocato, supermiliardario.
Ma non è il solo.
Prendiamo per esempio la SEAT, che gestisce la pubblicità.
Apparteneva a Telecom, e fu dismessa.
Anzi no: ne fu poi ricomprato da Telecom il 20 % (perché se la società committente possiede almeno il 20 % della società cui affida la pubblicità, può farlo a trattativa privata evitando la gara d’appalto: in gara c’era il gruppo Fininvest, che di pubblcità s’intende un po’).
Chi acquistò SEAT (Comit - De Agostini ed altri, ammucchiati in una società chiamata «Otto») a 1.955 miliardi per il 61%, la rivende trenta mesi dopo a Colaninno, che ne acquista il 20 % a 7200 miliardi; poi un altro 17 % a 5 mila miliardi, e un altro 8 % per 5750 miliardi.
Insomma, una cosa acquistata a 1.955, viene venduta subito dopo a 16 mila e passa.
A fornire i soldi alla «Otto» per il fortunato acquisto è Dario Cossutta, figlio dell’Armando, alto dirigente della Banca Commerciale - che è anche socia della «Otto».
Ma gli altri soci, che dovrebbero pagare le imposte sulle plusvalenze dopo la splendida vendita al mille %, si trasformano prontamente in società lussemburghesi.
Chi sono i padroni?
Non si sa; tutta una catena di società anonime che finiscono in paradisi fiscali: si ignora chi abbia incassato la plusvalenza miracolosa senza pagare le tasse, in un’operazione voluta dal governo (Prodi) di allora.
Magari qualche partito?
Magari qualche gemello di un qualunque Oak Fund alle Cayman?
Non chiedete a me.
Vi ho raccontato solo quattro cose, delle molte che basterebbero per sbattere in galera l’intera sinistra di governo italiana, la grande saccheggiatrice del patrimonio pubblico con le «privatizzazioni».
Io, poi, non so nulla.
Mi sono limitato a copiare: da «Il grande intrigo», un libro del giornalista economico Davide Giacalone, distribuito da Libero.
Non chiedano a me, i magistrati.
Non so niente di Tronchetti, né di Tavaroli lo spione che intercettava, e che aveva da parte 14 milioni di euro (provenienti dalla società più indebitata dell’universo).
Se vogliono indagare, li rimando al libro di Giacalone, è tutto scritto lì.
Arrestino lui, semmai, se vogliono indagare.
Io non c’entro.
Maurizio Blondet
NdR: Giacalone ha scritto Il Grande Intrigo a luglio 2006. Le cose scritte nel libro non sono state mai smentite tantomeno l'autore ha ricevuto querele in merito. E' stato per anni spiato dall'intelligence di Telecom, questo si;)
L’autore del «Sangue dei vinti» ai giovani di Cl: «Ai capi del Pd manca saggezza. Ai vostri coetanei di sinistra i miei libri non li fanno leggere»
Siamo a fine agosto e proprio ieri sera il presidente Berlusconi ha ufficializzato la messa in opera dell'ennesimo tassello della sua campagna elettorale. Da Veltroni invece stiamo ancora aspettando proposte che non pretendiamo serie, ma almeno che siano proposte. Credo le stiano aspettando anche alla festa democratica di Firenze, ci dicono che il bruco sia attualmente alla ricerca dell'illuminazione sulla strada di Denver.
Scritto da Mario Gargantini tratto da Il Sussidiario.net il 28/08/08
Ma nel senso che non è ammissibile potergli credere ancora... non come la celebre famiglia di supereroi.
Da tempo immemore ormai, uno degli argomenti che più infiamma le tribune politiche e sociali degli italiani è il presunto lavaggio del cervello mediatico ad opera di Silvio Berlusconi nei confronti degli italiani. Girando qua e la per la rete, mi sono imbattuto in un interessante articolo di Antonella Randazzo sul suo blog, dove esplica il teorema dei Gatekeeper, letteralmente i guardiani del cancello, ossia di tutti coloro che pilotano e filtrano le notizie - lasciando trapelare ciò che vogliono far trapelare - per assecondare il gioco dei forti poteri massonici a livello mondiale. 

Uno dei tanti passati che non passa, e le conseguenze si trascinano fino ad oggi. Un ciclo della nostra storia descritto spesso sotto la pulsione di smanie e fantasia, più che di conoscenza, un movimento che avrà certamente avuto molti difetti ma forse la sinistra ha preferito ereditarne solo quello del “diritto all’ignoranza”.Giovanni Cominelli, responsabile del Dipartimento Sistemi Educativi della Fondazione per la Sussidiarietà, ha presentato ieri al Meeting il suo libro La caduta del vento leggero, la storia di un ragazzo delle cattolicissime valli bergamasche segnato dall’ondata del Sessantotto. Sul fatidico anno di cui ricorre il quarantennale Cominelli parla oggi, sempre al Meeting, nell’incontro intitolato: «’68 Un’occasione perduta?». Ilsussidiario.net gli ha chiesto qualche anticipazione.
Non le sembra che l’anniversario del “formidabile” 68 stia passando un po’ in sordina?
In realtà mi pare che si continui nel vizio di un uso ideologico, non privo di strumentalizzazioni politiche, di quell’evento. È inutile attribuire al Sessantotto tutte le colpe dei nostri mali quanto lo è idealizzarlo acriticamente. La questione è cercare di capire. E per capire occorre uscire dal mito.
Cioè?
Occorre fare ciò che è stato fatto riguardo alla Resistenza. Quando ero giovane io e andavamo a sentire qualche partigiano, qualsiasi cosa dicesse era ricompresa nell’aura mitologica della Resistenza intesa, togliattianamente, come “nuovo risorgimento”. Oggi, invece gli storici iniziano a guardare a quel fenomeno in tutte le sue sfaccettature, comprendendo che in essa ci furono molti filoni. Lo stesso va fatto per il Sessantotto.
Proviamo.
Prima di tutto occorre dire che il Sessantotto fu un movimento e, come la sociologia ha ampiamente studiato, i movimenti sociali hanno uno stato nascente nel quale sono compresenti potenzialità diverse – e quindi diversi sviluppi – e diverse origini.
Da dove arrivava il movimento del Sessantotto?
Dallo straordinario sviluppo che l’Italia aveva avuto nel dopoguerra. Uno sviluppo che ha implicato fenomeni sociali di enorme rilevanza. Basta pensare all’emigrazione: 12 milioni di persone che si sono spostate, oppure allo sradicamento culturale e religioso comportato dall’abbandono delle campagne. In forza del grande sviluppo economico la maggioranza degli italiani si è trovata in una condizione tale per cui il problema non era più il sostentamento; cominciava, soprattutto nei giovani, ad emergere il tema della qualità, meglio del senso, di quello stesso sviluppo. Il Sessantotto è stato, in fondo, una domanda: ma dove stiamo andando?
E dove si stava andando?
È questo il punto: nessuno lo sapeva. O meglio, nessuno si è fatto carico del bisogno espresso dai giovani. Molti si arroccavano sulle loro posizioni; si figuri che una volta osai porre una domanda a un professore universitario a lezione; la risposta fu: “Non si disturba il manovratore”. Da un lato ci fu, dunque, un miope arroccamento fino alla repressione e dall’altro una cedevole connivenza con la quale ci si illudeva di acchiappare i giovani. Di fronte a questo vuoto di proposta si sono affermate correnti ideologiche, che affondavano le loro radici ben prima del Sessantotto.
Quali?
Anzitutto vorrei parlare del mondo cattolico. Il Concilio Vaticano II era stato un terremoto, che aveva messo in discussione un mondo che sembrava solido e compatto. Prima dell’evento conciliare il motto era “Christus vincit” e poi ci siamo trovati ad avere a che fare con la teologia della “morte di Dio”. Pochi, tra questi don Giussani, si erano accorti della debolezza di un cristianesimo apparentemente forte della sua struttura parrocchiale e del nesso col partito cattolico, ma debole di proposta educativa. Così siamo passati da una fede tradizionalista a una che, in fondo, non è altro che una pura costruzione mondana, un messianismo terreno. Da qui la contaminazione con l’altro messianismo, il marxismo.
Marxismo che ben presto è diventato l’ideologia dominante del Sessantotto.
Sì, però, anche qui bisogna fare delle distinzioni. Un conto è il Partito Comunista, che non era affatto rivoluzionario, e aveva a sua volta diverse anime. Una di queste, che poi si staccherà dal PCI, mirava ad una formazione politica basata sui “consigli (in russo: soviet) degli operai e degli studenti”. La fazione maoista si rifaceva alla rivoluzione culturale cinese (di cui non sapeva nulla), interpretandola erroneamente come esperienza di carattere libertario. C’erano poi tutti i vari gruppi che si contendevano la perfetta ortodossia marxista. Tra di essi ebbe poi fortuna il filone operaista. Fu a un convegno sindacale del 1962 – per questo ho parlato prima di radici lontane del Sessantotto – che un gruppo comunista sostenne per la prima volta che nell’Italia del boom economico non si poteva più parlare della dialettica padrone-operaio nei termini tradizionali; il capitalismo avanzato, secondo loro, aveva inglobato gli operai e le loro rappresentanze, per cui occorreva individuare la “nuova razza pagana”, cioè la nuova forza rivoluzionaria, e con essa fare, appunto, la rivoluzione. È all’interno di questo filone che si svilupperanno forme di lotta violenta, fino alle Brigate Rosse.
Nelle ricostruzioni del Sessantotto sembra dominante proprio il problema del suo rapporto col terrorismo.
Una certa impostazione storiografica attribuisce la deriva violenta del Sessantotto alla repressione delle proteste studentesche. Simbolicamente si prende l’attentato di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969) come simbolo della reazione del potere, da cui sarebbe derivata la uguale e contraria risposta violenta dei contestatori; ma il Collettivo Politico Metropolitano di Milano, da cui sarebbero sorte le Brigate Rosse, è nato prima di piazza Fontana. L’opzione violenta era contemplata da molti gruppi; c’era una formazione politica che aveva nel suo simbolo la falce col mitra al posto del martello. Del resto la teoria che al fascismo risorgente si doveva opporre la lotta armata risaliva ai primi anni di vita repubblicana. Anche questo particolare aspetto mette in rilievo la necessità di una ricerca storica seria, approfondita, che stia attenta alla multiformità del fenomeno Sessantotto e che, finalmente, ce lo faccia comprendere per quello che è stato e non per il mito – positivo o negativo – che ce ne siamo fatti.