La Grande Bugìa

60 anni di lavaggio del cervello e menzogne della sinistra italiana. Orgogliosamente revisionisti!
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giovedì, 31 luglio 2008

Bocchino irricevibile

Povero onorevole Italo Bocchino, si è offeso lui. Per l'ennesima volta la maggioranza (?) parlamentare che abbiamo votato numerosi il 13 e 14 aprile è andata sotto alla camera su un emendamento proposto dall'opposizione. Ma come, ci stiamo chiedendo in questi ultimi nefasti giorni, avevamo vinto con numeri bulgari - soprattutto alla camera - e non si riesce a portare a termine un provvedimento senza l'uso della fiducia? Ecco...appunto...la fiducia...Johnny Dorelli negli anni '70 diceva che "la fiducia è una cosa seria" parlando di una nota marca di formaggi. Perdonatemi lo scontato accostamento ma credo che noi si sia dato troppa fiducia ad un'autentica banda de caciottari.

Avere la maggioranza assoluta e andare sotto alla camera a causa dell'assenza di 95 (NOVANTACINQUE) deputati tra PdL e Lega dà la misura dello schifo che per l'ennesima volta abbiamo autorizzato con il nostro voto.

Berlusconi, stragiustamente, si incazza e dice che il Senato è molto più efficiente della Camera e il pregiato onorevole Bocchino cosa fa? Si offende lui! Dichiara che «Le affermazioni del presidente Berlusconi sulla presunta superiorità del gruppo del Pdl al Senato rispetto a quello alla Camera sono infelici, irrispettose e irricevibili».

Incredibile...invece di chiedere scusa a nome dei suoi truffaldini colleghi lui si offende e dice che la critica di Berlusconi è irricevibile...

Sai cosa è irricevibile caro onorevole Bocchino?
E' irricevibile che una numerosa pletora di portaborse schifosi godano del privilegio del doppio incarico.
E' irricevibile che per i prossimi 4 anni il Tesoro verserà 50.309.438,09 euro all’anno a tutti i partiti grazie all'originale invenzione dei rimborsi elettorali.

A TUTTI I PARTITI! Compreso il tuo caro onorevole Bocchino.

E’ irricevibile che a dispetto delle propagande elettorali di snellimento della spesa pubblica aumenterete provincie, consulenze albi professionali, come da articolo qui sotto di Fausto Carioti.

 

Questa sera al tg5 Silvio Berlusconi ha parlato della necessità di un drizzone per l'Italia: mi auguro vivamente (e non credo di essere il solo) che inizi proprio da te, caro onorevole e sottosegretario dall'offesa facile.

 

VERGOGNA!

 

VERGOGNATEVI TUTTI!

 

ps. messaggio per Feltri: rompigli il culo a tutti!

 

La casta non ha perso l'appetito

di Fausto Carioti

L’importante è non prenderli troppo sul serio. L’ultima campagna elettorale è stata una gara a chi prometteva i tagli più mirabolanti agli sprechi della politica. Fatta la grazia (l’elezione), gabbato lo santo (l’elettore). Appena arrivati in parlamento, la sfida è proseguita, ma l’obiettivo adesso è un altro: nella nuova corsa vince chi dirotta più soldi dei contribuenti verso gli amici e gli amici degli amici. Sperando nella loro gratitudine. Stavolta, però, si gioca sottotraccia, lontani dalle telecamere: l’importante è che la cosa sia nota ai pochi che avrebbero da guadagnarci. Ci hanno pensato i benemeriti dell’istituto Bruno Leoni, sanguigno think-tank liberista, a portare un po’ di materiale alla luce del sole. In un dossierino di sei pagine hanno passato al setaccio le proposte presentate in questi primi cento giorni della nuova legislatura, alla ricerca di quelle “leggine”, sconosciute ai più, che aumentano i costi della politica e creano privilegi per vecchie e nuove “caste”. A spese di quegli stessi elettori ai quali, pochi mesi prima, era stato promesso tutt’altro.

Le province, innanzitutto. A parole, una vastissima maggioranza dei parlamentari è favorevole alla rapida cancellazione di questi enti, ritenuti fonti di sprechi economici e di confusione legislativa. Gli esponenti della sinistra Cesare Salvi e Massimo Villone, nel loro libro “Il costo della democrazia”, hanno contato la bellezza di 3.039 consiglieri provinciali. Le buste paga dei soli presidenti e vicepresidenti di provincia costano ogni anno ai contribuenti oltre undici milioni di euro, ma la vera abbuffata, come al solito, è il giro di assunzioni, consulenze e appalti che ruotano attorno a questi enti. Non a caso, Salvi e Villone proponevano di bloccare l’istituzione di nuove province. Idea che condividono più o meno tutti, ma solo a parole. Dal dossier dell’istituto Bruno Leoni spuntano infatti fuori le proposte di legge presentate nei mesi scorsi per creare la provincia della Valcamonica (un’idea marchiata Lega) e quella di Lanciano-Vasto-Ortona (Pdl, subito ritirata), affiancate dalle proposte per dare lo status di provincia autonoma, con relativi privilegi, alle province del Verbano-Cusio-Ossola (Lega), Belluno (Pdl) e Bergamo (Lega). Tutte idee, manco a dirlo, partorite da parlamentari che hanno a cuore i territori in questione anche per motivi elettorali.

Come da tradizione, è con albi professionali e affini che i parlamentari più o meno noti (spesso meno) danno il meglio di loro stessi. È un altro di quei casi in cui l’attività parlamentare va contromano rispetto al sentire comune e alle dichiarazioni degli stessi politici. In teoria, tutti sono d’accordo nel rendere più facile l’accesso al mondo del lavoro e nel sottoporre il Paese a una robusta dose di liberalizzazioni. Peccato che poi, chiusi nella loro stanza a Montecitorio o palazzo Madama, si impegnino ad intrecciare nuovi lacci e lacciuoli.

I risultati spesso sono grotteschi. Tipo quelli che ottiene Silvana Mura, dell’Italia dei Valori, con la sua proposta per disciplinare la figura del “consulente filosofico”, istituendo anche un albo professionale per questa nuova categoria. Ma il vizio è bipartisan. Nel Pdl, in particolare, tanti sembrano essersi scordati (ammesso che l’abbiano mai letta) la “predica inutile” di Luigi Einaudi contro gli albi professionali. «Ammettere il principio dell’albo obbligatorio», scriveva Einaudi, «sarebbe un risuscitare i peggiori istituti delle caste e delle corporazioni chiuse, prone ai voleri dei tiranni e nemiche acerrime dei giovani, dei ribelli, dei non-conformisti». Ce l’aveva con l’ordine dei giornalisti, certo, ma anche con tutti gli altri albi imposti per legge. E invece nel Pdl c’è chi vuole regolamentare la «professione intellettuale di ufficiale giudiziario», istituire l’ordine dei “tecnici laureati in ingegneria” (la cui differenza rispetto ai normali ingegneri è tutta da scoprire), creare l’albo degli statistici e quello dei pedagogisti, da affiancare all’“ordine professionale dei traduttori e interpreti”. La Lega Nord risponde con la proposta di legge intitolata “Norme per maestri di fitness”: scomodando nientemeno che la tutela della salute pubblica, si finisce per istituire l’ennesimo albo professionale. Stavolta, però, su base regionale, come federalismo comanda.

Come sempre, è a tavola che i politici italiani si mostrano più attivi. Il senatore Francesco Maria Amoruso, ad esempio, si lamenta che, tra tanti albi, manchino proprio quelli dei cuochi e dei pasticcieri, con il rischio di mandare allo sbaraglio chef dilettanti. «Non a caso», nota allarmato nel suo disegno di legge, «le cronache, soprattutto estive, rimarcano con frequenza infortuni gastro-intestinali di cui sono vittime i consumatori». Il rimedio è pronto: basta creare un ordine dei cuochi professionisti, i quali eleggono il loro consiglio nazionale che, a sua volta, fissa il contributo obbligatorio che gli iscritti debbono pagare ogni anno e «delibera le materie e le prove, teoriche e pratiche», dell’esame per diventare cuochi, «comprendenti anche nozioni di scienza dell’alimentazione e di cucina del territorio». La procedura è un po’ complessa, ma così, finalmente, certi «infortuni gastro-intestinali» prodotti dall’impepata di cozze cucinata da mani non adeguate saranno un brutto ricordo.

Pugliese come Amoruso, il senatore del Pdl Rosario Giorgio Costa è capace però di pensare più in grande. Al punto da voler introdurre nientemeno che la Pep, la patente europea per i pizzaioli, con annesso l’immancabile albo dei pizzaioli italiani. La motivazione è di quelle che non lasciano spazio a obiezioni: «La pizza è un’arte», si legge nella relazione che accompagna la proposta, «e occorre una formazione specialistica per poter diventare dei professionisti del settore». Non a caso, il percorso di selezione previsto è durissimo: gli aspiranti professionisti della Quattro Stagioni dovranno frequentare un corso di «almeno centoventi ore», sessanta delle quali trascorse in laboratorio, venti a imparare una lingua straniera, venti a studiare scienza dell’alimentazione e altre venti passate a occuparsi di «igiene e somministrazione di alimenti». I sopravvissuti dovranno fare un esame finale, teorico e pratico, davanti ad una «apposita commissione di esperti nominati dal ministero dell’Istruzione». La proposta non spiega con quali criteri il ministro debba scegliere gli esperti assaggiatori di pizza. Ma il sospetto che si tratti di un modo per trovare un posto e uno stipendio agli ex parlamentari è forte. Difficile, del resto, trovare qualcuno altrettanto abile nel maneggiare la forchetta.

 






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categorie: , senato, camera dei deputati, onorevole bocchino, fausto carioti
giovedì, 31 luglio 2008

My ghost writer

Altro commento di Andrea che ha lasciato su un nuovo post di ParaffoTutta la verità sulle bugie degli ex-comunisti” che merita, di nuovo, un po’ della vostra attenzione.

La coerenza non sanno dove sia di casa lorsignori. La bugia per loro è "il metodo": i loro padri spirituali, i loro irriducibili eroi della resistenza strappavano civili inermi dalle braccia dei loro cari con la scusa di millantati interrogatori e li facevano sparire nei boschi o nelle acque dei fiumi negando poi di averli accoppati. Ci sono famiglie che ancora cercano le ossa dei propri cari. E gli assassini non solo sono rimasti impuniti, alcuni anzi molti di loro ce li siamo trovati per 60 anni nei gangli delle istituzioni, anche "molto in alto", anche "nel posto più alto che c'è".
Piccolo aneddoto. Nei primi anni 80 si andava con la famiglia in vacanza a Ponza, a quei tempi non era l'isola dei vip e tali soggiorni erano a strettissimo contatto con i vecchi pescatori dell'isola. Ho passato giornate ad ascoltare i loro racconti, in particolare mi rimase impresso quello relativo al tanto amato presidente partigiano (o partigiano come presidente citando Toto Cutugno), il quale, confinato sull'isola da Mussolini si distinse per atti particolarmente meritori. Tanto meritori da essere definito "il ras dell'isola", una sorta di capo mafia ante litteram specializzato nell'organizzare riscossioni di pizzo in cambio di protezione da "incidenti".
Tornando al 2008 ed al tema del post, mi ha particolarmente confortato assistere all'incoronazione di Paolo Ferrero, l'ex ministro col pugno chiuso che ha accusato i vecchi dirigenti del suo partito di aver tradito la fiducia ed il mandato dei propri elettori durante il governo Prodi; ma dimenticando che di quel governo lui era ministro.
Sui 2 pesi e 2 misure poi basta ed avanza l'esempio più recente: Ottaviano Del Turco ha avuto maggior sostegno da Berlusconi che non dagli esponenti e dirigenti del suo stesso partito. Qualcuno fa, giustamente, notare che Del Turco ha su di sè l'incancellabile macchia di essere stato socialista. Ora però è (era?) PD. Hanno fatto gran comodo i suoi servizi ed i suoi voti per la conquista dell'Abruzzo.
Ecco perchè:
A) Mai fidarsi dei sinistri.
B) Altro che dialogo, andrebbero esiliati con sospensione del passaporto italiano.
C) Provo repulsione fisica per costoro.
D)C'è un solo uomo che mi fa sentire degno di essere italiano e si chiama Silvio Berlusconi. Il resto è fuffa: umana ed ideologica.

Scusa la logorroicità...torno a studiare:) Divulgazione, divulgazione, divulgazione!


Io, intanto, auguro un “imbocca al lupo” a Veltroni e al suo “nuovo” pellegrinaggio in pulman che lo attende, sperando che questa volta abbia i soldi sufficienti per la benzina in modo di non ritrovarci nelle nostre cassette postali un bel c/c  e nel ringraziare Di Pietro per il suo buon italiano e per la sua infinita cultura (ma ci si nasce o è Grillo che li contagia) e attendo, speranzosa, che il disco cambi e, che del solito e ormai scontato anti Berlusconiano, le nostre orecchie possano udire la dolce melodia di una buona e sana opposizione.

Mentre aspetto il miracolo di chi si atteggia a paladino dei lavoratori, dei pensionati e dei più disagiati, dai buonisti che difendono l’integrazione e i diritti dei Rom senza spostare il loro bel sedere dai loro attici, ville e barche, vi auguro una buona visione… Un video , capitato a cecio, che racchiude in modo semplice e completo un po’ tutto quello che combattiamo giornalmente e cerchiamo di divulgare con il nostro blog.


mercoledì, 30 luglio 2008

Toghe Vip

Tratto da "La Stampa" del 30/07/08
dell'Avv. Sandro Delmastro Delle Vedeve in risposta all'articolo del dott. Gian Carlo Caselli

Gentile direttore,
sono avvocato ed ho letto il pensiero del dott. Gian Carlo Caselli su La Stampa di domenica 27 luglio alla pagina 35. (che a mio avviso dovreste leggere prima di proseguire) Spero sia lecito, pur di fronte alla sacralità del personaggio, esprimere il più profondo dissenso. Trasuda dalle quattro colonne di piombo offerte da La Stampa al Procuratore Generale di Torino non solo l’ansia doverosa per il buon funzionamento della giustizia, ma anche la critica aperta, inaccettabile, nei confronti del governo; affiora nettamente l’impegno politico che dovrebbe essere distante, secondo la mia personale opinione, anni luce dalla figura del magistrato.

Confesso allora di essere uno di quegli «ipocriti che bollano l’indipendenza della magistratura come privilegio di una casta irresponsabile» (come Caselli, con grande rispetto per le altrui opinioni, descrive coloro che la pensano diversamente da lui). Da trentatré anni faccio l’avvocato e, caro dottore, se vogliamo eliminare «l’inefficienza efficiente» (come Lei suggestivamente scrive), cominciamo a far sì che i magistrati in servizio girino meno le scuole della Repubblica per insegnare la retorica della giustizia, e cominciamo a timbrare, tutti quanti, la cartolina all’ingresso ed all’uscita dai Tribunali.

Ho a mie mani, per combinazione, una edizione del 1880 dell’allora vigente codice di procedura civile (non esiste, dr. Caselli, soltanto il processo penale, ma esiste anche il processo civile!). L’art. 147 (Del termine per comparire) prevedeva il termine di giorni dieci (!!) se il luogo in cui si eseguiva la citazione coincideva con quello in cui si doveva comparire; di giorni dodici (!!) se i luoghi erano diversi ma nello stesso mandamento; di giorni quindici (!!) se i luoghi erano nella giurisdizione della corte d’appello. Erano, storicamente, i tempi in cui i magistrati non potevano ancora comparire in televisione (non essendo ancora stata inventata), non facevano conferenze e non si facevano fotografare.

Il povero avvocato Fulvio Croce, barbaramente assassinato, a me giovanissimo praticante, parlando dei magistrati, diceva che i problemi erano cominciati quando i giornali avevano iniziato a pubblicare il nome ed il cognome dei giudici e non più ad indicare anonimamente l’ufficio. E non erano, quelli, i tempi in cui le toghe facevano le rivoluzioni per ipotesi di provvedimenti del governo - come di recente accaduto - ricalcanti, fra l’altro, una «circolare Maddalena». È legittimo ed anzi positivo che il dott. Caselli faccia conoscere il suo pensiero: se, peraltro, è legittimo, in questa Repubblica ... "magistratocratica", che anch’io possa esprimere il mio, spero, a maggior ragione dopo aver letto il Caselli-pensiero, che venga presto il mese di settembre per quella riforma della giustizia che restituisca il purtroppo violato principio della divisione dei poteri e che sancisca finalmente tutto ciò che al dr. Caselli non piace. Questa è la mia personale opinione, condivisa da moltissimi avvocati che peraltro preferiscono, spesso (anche se, per fortuna, non sempre), tenerla per sé.

avv. Sandro Delmastro Delle Vedove, Biella
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categorie: articoli, magistratura, malagiustizia
lunedì, 28 luglio 2008

Attenzione!!

Seguo l'esempio dei nostri amici Paraffo e Nico e, anche io, copio qui uno splendido commento che il mio "socio-maestro" ha lasciato questa mattina su un post di Paraffo "Due GRANDI BUGIE sul malfunzionamento della Giustizia", che merita veramente di essere evidenziato in modo da essere spunto di riflessione per tutti noi.
Inoltre, visto l'argomento, colgo l'occasione per consigliarvi di leggere quotidianamente il blog di Paraffo in questi giorni perchè il nostro amico sta pubblicando, a puntate, il capolavoro di Davide Giacalone "La Malagiustizia".



Come ci si può riempire la bocca di parole come "democrazia", "giustizia sociale", "stato di diritto", "rispetto della costituzione" quando più della metà della popolazione carceraria è in attesa di giudizio?

Quando solo chi ha i "capitali" per pagarsi la difesa può sperare di contrastare l'offensiva di una magistratura che si può permettere centinaia di milioni di spesa per - faccio un esempio - le intercettazioni?

Con che faccia certa magistratura si definisce "democratica"?

Fu il partigiano Scalfaro il primo ad assimilare il nostro regime carcerario a quello della "tortura", lo hanno dimenticato i moderni vati dell'una-dieci-cento-mille piazze?

Dove sono finiti i difensori dei diritti umani...radicali compresi?

Come si fa a non capire che la malagiustizia è la matrice di tutti i mali di questo paese?

Con che faccia di tolla si può negare che essa è il frutto degli inganni ideologici dei tanto decantati "padri costituenti"?

Come si fa a non capire che la Repubblica italiana è nata sulla base di abominevoli BUGIE?

Cosa aspettiamo a restituire dignità al concetto di "storia"?

Ora capisci Paraffo caro perchè, dopo aver letto Pansa, questo meraviglioso pamphlet di Giacalone, il libro del figlio di Calabresi, mi sono incazzato un bel pò e ho dato vita al mio blog.

Vedi, a me la politica interessa un bel pò, mi appassionano le dialettiche che si sviluppano sui temi dell'attualità, ma lotterò sempre per dissipare le ombre, le omertà, i delitti con cui taluni mascalzoni hanno incatenato la vita civile dell'Italia.

Qui, come dici sempre tu, ci vogliono distrarre con il teatrino mentre loro da 60 anni mettono in scena la tragedia. E nun se po fa...

 

Divulgazione ... con tutti i mezzi e con tutte le forze!

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categorie: blog, calabresi, pansa, giacalone, formazione del pensiero, democratici ipocriti, giustizia democratica, grande bugia
sabato, 26 luglio 2008

Allarme compagni! Salamelle in esaurimento

                                          

Non c’è niente da fare: i sinistri in quanto a comunicazione ci rompono le ossa. Radio Radicale (che siano benedetti i rimborsi all’editoria) sta trasmettendo la diretta dei congressi dei comunisti; Diliberto e la sua band hanno rispolverato tutto il repertorio classico che  parte dalla lotta di classe, passando per le aggressioni fasciste, le derive xenofobe, la repubblica nata dalla resistenza, arrivando alla condanna del “male dei mali”: il capitalismo. Ascoltando le loro illuminate orazioni vien da considerare due cose.

1 – Certo che questi sono gli unici coerenti con i loro valori di riferimento.

2 – Se nel 2008 le argomentazioni che vengono opposte alla nostra visione del mondo e della società sono ancora queste, siamo condannati a guidare il paese per i prossimi 100 anni.

 

Sul punto 2, al di là di ogni ironia, credo ogni approfondimento sia superfluo: rifondaroli, piddini e manettari impiegheranno ancora molto tempo a riprendersi dalla tranvata elettorale e i presupposti non giocano a favore di un loro imminente ravvedimento.

 

Il punto 1 invece è il risultato della perfetta applicazione delle “tecniche di comunicazione” di cui all’inizio del post. Eh si amici miei, perché scavando nei meandri del “teatrino” si scopre che questo “desiderio di unità delle estreme sinistre” ha motivazioni ben più terrene della opposizione al mostro mafioso di Arcore. Si da il caso che, a causa dell’esclusione dal parlamento per effetto della scuffia elletorale, i nipotini di Carlo Marx inizino ad avere seri problemi di cash: i 12 milioni all’anno di rimborsi elettorali stanno per finire, qui si rischia di dover mettere mano al patrimonio del partito. Che tra beni immobili (20 milioni di euro “valore catastale”), incassi dalle feste dell’Unità (inquantificabili), quote che i parlamentari eletti versavano al partito (8000 euro cadauno), contributi delle COOP,  residui dei finanziamenti al PCI da parte dell’URSS, ammonterebbe a circa 100 milioni di euro, vale a dire più di 200 MILIARDI delle vecchie lire.

Stefania Craxi ci ricorda che Il Pci aveva un’organizzazione con funzionari a busta paga doppia di quella della Dc e cinque volte superiore a quella del Partito socialista.

 

A quanto pare la lotta al capitalismo ha ben giovato al di loro capitale.

 

Diliberto e sodali stanno auspicando l’unione delle varie correnti per rifondare il comunismo in Italia, ma non credo a questo punto che intendesse unione di pensieri condivisi: lo assimilerei più ad un concetto di “colletta”. Un vecchio slogan mi torna alla mente alla luce di tutto ciò: caro compagno, tu lavora che io magno. Appunto.

 

La cosa curiosa è che di questo aspetto così volgare e decisamente poco morale della lotta politica ed ideologica non si sia occupato Libero (ormai votato alla denuncia degli sprechi della casta) ma l’illuminatissima Repubblica, in questo formidabile articolo a firma di Claudia Fusani.

 

Ne consiglio la lettura a tutti quei fenomeni che spesso intervengono su Grande Bugia accusandoci di sostenere il ladrone mafioso di Arcore. 

venerdì, 25 luglio 2008

Casa sinonimo di carcere

(e le manette dove sono?)

La parola più idonea, a questa “scarcerazione” , secondo me è “paracula”.. si, una vera paraculata, un accanimento gratuito verso una persona innocente perché sappiamo tutti che se, era veramente colpevole, non avrebbe mai fatto tutti questi anni in carcere e nel caso degli arresti domiciliari, li avrebbe fatti magari in un lussuoso residence circondato dai sorrisi beffardi di moglie e figli… Che senso ha dargli gli arresti domiciliari a casa della sorella o ritenerlo “socialmente pericoloso”? Pericoloso per chi? Fisicamente lo vediamo tutti in che condizioni è ridotto, quindi! Pericoloso verbalmente? Ma non avrebbe potuto esserlo anche dal carcere stesso, se avesse voluto e se lo è davvero pensano che stando a 500 km di distanza dai mafiosi non potrebbe esserlo… le strade della comunicazione sono infinite!!!!

Una  domanda mi sorge spontanea: “ Ma non è che niente niente i “socialmente pericolosi” sono i giudici?”

E tutto questo accanimento è dovuto al fatto che sanno benissimo che hanno preso lucciole per lanterne ma ne va della loro immagine da salvare per ammettere che hanno preso un bidone!!

Tratto da “Il Giornale” del 25/07/08

Non hanno potuto fare a meno di metterlo fuori dal carcere, ma è come se ce l’avessero lasciato. Ha dell’incredibile l’accanimento giudiziario nei confronti del settantasettenne ex funzionario del Sisde, Bruno Contrada, malato gravissimo, a rischio vita, assolutamente «incompatibile con il regime carcerario», secondo l’ultima agghiacciante perizia medica. Di fronte alla richiesta di scarcerazione per motivi di salute sollecitata dal procuratore generale, i giudici che per venti volte hanno respinto ogni istanza di remissione in libertà, si sono dovuti adeguare, ma a modo loro. E così, anziché scarcerarlo accettando il differimento della pena sollecitato dal Pg (condanna sospesa, possibilità di curarsi a casa senza restrizioni e controlli) gli hanno concesso gli arresti domiciliari. Non a Palermo, dove chiedeva Contrada e dove ad attenderlo c’è la moglie cardiopatica che non può viaggiare. Ma a Varcaturo, venti chilometri dalla gomorriana Casal di Principe, dove abita la sorella Anna.

Il motivo? Il moribondo Contrada secondo i giudici è ancora «socialmente pericoloso». Deve stare lontano dalla Sicilia e dai mafiosi come lui. Come se non bastasse, il provvedimento del tribunale di sorveglianza ha una scadenza: sei mesi, non un giorno di più. Dopodiché, se il vecchio poliziotto migliorerà anche solo un pochino, dovrà fare immediato ritorno in cella. Nel frattempo gli è fatto divieto di parlare con «persone esterne diverse dai propri congiunti con lui conviventi, il proprio coniuge e i figli». Ergo, visto che la consorte è gravemente malata e non si muove da Palermo, visto che i figli vivono e lavorano a Palermo, Contrada sulla carta dovrebbe stare solo. Peggio che in carcere, dove almeno divideva le sue giornate col collega Ignazio D’Antone e altri militari detenuti. Comunque sia, almeno un piccolo passo è stato fatto. I giudici hanno riconosciuto che il quadro clinico si è aggravato: «La condizione patologica - scrivono - è divenuta ulteriormente complessa tanto da richiedere un monitoraggio continuo e costante e un ricorso sempre più assiduo ai trattamenti sanitari che sono ritenuti necessari per fronteggiare adeguatamente i danni o i pericoli che siffatte malattie producono». Ovviamente si dice soddisfatto («a metà») l’avvocato Giuseppe Lipera e quei parlamentari che da tempo si battono a fianco di Contrada.

A cominciare da Amedeo Laboccetta di An che per primo ha dato notizia dell’avvenuta scarcerazione («però non capisco perché gli hanno dato solo i domiciliari e non il differimento della pena») e Stefania Craxi («Contrada è una vittima dei giudici, come mio padre»). Tra le new entry, a sorpresa, c’è il vicepresidente dei senatori del Pd, Nicola Latorre: «La scarcerazione di Contrada è una decisione giusta e tardiva».

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categorie: mafia, articoli, il giornale, contrada, giustizia democratica
giovedì, 24 luglio 2008

Gasparri da scuola: il video

L'amico Simone '82 è riuscito a reperire il video dell'intervento di Gasparri al Senato nella discussione sul lodo Alfano. Ovviamente nessuna tv nazionale ha riportato questo che senza dubbio possiamo definire esempio di scuola della democrazia parlamentare.




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categorie: politica, video, senato, gasparri, lodo alfano
giovedì, 24 luglio 2008

La sua ultima ciliegia

Potevo non rendere omaggio a te e all’ultima ciliegia che ci hai donato?

Tu che come scrittrice, ma soprattutto come donna, sei riuscita a tirar fuori tanta rabbia ma anche tanto amore, facendoci piangere ed emozionare ma anche accaponare la pelle per quanto vere e forti erano le parole dei tuoi libri, delle tue urla, tu che hai sempre lottato per i tuoi ideali, per far uscire dal torpore chi non vuole, o peggio ancora, chi fa finta di non vedere, tu sempre contrastata dalle sinistre...che ai loro occhi eri solo una venditrice di libri, l’infedele nemica dell’Islam…

Molte cose si sono dette e scritte di te, c'è chi ne ha parlato bene e chi male… ma noi ti ricorderemo sempre e solo come Oriana, la nostra Oriana!

Tratto da Magazine del "Il Corriere della Sera" del 24/07/08 di
Alessandro Cannavò (è un pò lunghetto ma ne vale la pena e poi se riuscite a comprarlo meglio ancora perchè ci sono delle fotografie meravigliose)

Dimentichiamo per un attimo l’11 settembre e quello che ne seguì. Dimentichiamo la donna furente che si prese il titolo di paladina dell’Occidente contro le minacce non solo terroristiche ma anche culturali di un islamismo incalzante; la scrittrice che con l’acume impietoso proprio dei pensatori liberi coniò il termine Eurabia e frantumò brutalmente alcuni tabù sulla convivenza. Rewind. Andiamo indietro nel tempo, ma non troppo. Non all’epoca della grande giornalista in Vietnam e sugli altri fronti caldi del pianeta, dell’autrice di memorabili reportage per l’Europeo ripresi da tutte le testate internazionali; o della donna che raccontò l’ossessivo legame politico-sentimentale con Alessandro Panagulis nell’epico ritratto di Un uomo; o della star di Lettera a un bambino mai nato che lacerò e commosse il mondo con una storia intimamente femminile.

C’è un periodo nella vita di Oriana Fallaci rimasto per sua volontà nella penombra dopo i decenni da ruggente protagonista. 1991: Oriana torna a New York a conclusione dell’ennesima prova di inviato di guerra, il conflitto nel Golfo scatenato dall’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. Malgrado l’età non più verde, era salita su un aereo americano descrivendo per il Corriere una missione da brivido. Una cosa tipicamente da Oriana. Già 24 anni prima, in Niente e così sia, aveva raccontato con sgomento la sua esperienza in un raid al napalm per stanare i vietcong. Rientrata in America, la Fallaci scopre di essere malata di cancro. Lei lo annuncia l’anno seguente con clamore al Washington Post mostrando la solita tempra e un sentimento altalenante («Odio questo alieno che attacca la mia vita, vorrei sputargli in faccia, strangolarlo, distruggerlo. Ma sento che sono finita»). Rilascia, quindi un’intervista sulla carriera e sulla malattia a Gino Nebiolo per la Rai. Poi scompare. «Ma che si sa di Oriana? Dov’è finita la Fallaci?», erano le domande ricorrenti negli anni Novanta dentro le redazioni e tra i suoi cultori.

Oriana Fallaci fotografata da Angelo Cozzi nella sua casa di Greve in Chianti, nel giugno 1979
Oriana Fallaci fotografata da Angelo Cozzi nella sua casa di Greve in Chianti, nel giugno 1979
Oriana, dopo una vita sotto i riflettori, star tra le star, si era “garboizzata”. Niente piu articoli sui giornali, niente piu dichiarazioni. Rinchiusa nella sua casa sulla 61esima a studiare, esaminare documenti, fare ricerche, scrivere. E così anche nei periodi che trascorreva in Italia, nell’amato casale di Greve in Chianti. Andava a rovistare tra gli archivi, i mastri anagrafici. Ancora di più: lasciata l’attualità, presa da un fervore storico, cominciava a consultare i catasti onciari, i cabrei, gli Status Animarum delle parrocchie. Che le era preso all’Oriana? Che le era saltato in mente? Di raccontare la storia della sua famiglia, di scoprire e mettere alla luce i personaggi impavidi, estrosi, indomiti che l’avevano preceduta e forgiata. Ed ecco il monumentale Un cappello pieno di ciliege (864 pagine) che la Rizzoli, editore di tutti i libri della scrittrice (tranne il primo) lancia il 30 luglio, giusto in tempo per mettersi in valigia una saga da gustare nelle vacanze.

Un prologo e quattro parti che possono essere considerati libri compiuti a sé perché ciascuno riguarda la famiglia di uno dei quattro nonni della scrittrice. Una cavalcata storica che parte da metà del Settecento, mentre in Europa si respirano i fermenti dell’Illuminismo e si prepara aria di Rivoluzioni, e si conclude nel 1889, anno di morte di Anastasìa, bisnonna dell’autrice, il personaggio più avventuroso del libro, donna autonoma, ribelle, coraggiosa che approda e si afferma in America. Ma il fulcro della vicenda è la Toscana, è il Chianti, è Panzano, “quel poggio a mezza strada tra Firenze e Siena” che due secoli e mezzo fa era una terra di contadini poveri ma dignitosi. Una terra che già serbava, però, il tesoro di un’agricoltura vinicola invidiata nel resto del mondo. Ed è così che la storia sin dall’inizio sfiora la Storia con la “s” maiuscola: nientemeno che Thomas Jefferson, il principale artefice della Dichiarazione d’Indipendenza americana, possidente terriero in Virginia e appassionato agronomo. Jefferson propone al commerciante fiorentino Filippo Mazzei, suo amico, di impiantare oltreoceano un’azienda per la coltivazione della vite e dell’ulivo, chiedendogli di portare con sé una decina di contadini. Tra questi si offre per la spedizione Carlo Fallaci, secondogenito di Luca, mezzadro che nel podere di Vitigliano di Sotto lavorava per i Da Verrazzano, discendenti dell’esploratore che scoprì il fiume Hudson e la baia di New York.

Il microcosmo chiantigiano si confronta così con i vastissimi orizzonti del Nuovo Mondo ma non era ancora il tempo dell’America per i Fallaci: Carlo, biondo con gli occhi azzurri, proprio come l’Oriana, cede al suo carattere di toscanaccio orgoglioso: basta un disguido nel luogo dell’appuntamento per la partenza e decide di tornare al paese. «Nel 1773… corsi il rischio di non nascere», scrive Oriana nell’incipit. Perché Carlo è il primo tra gli “arcavoli” ritrovati in cui lei individua quei cromosomi di libertà e di ribellione che le appartenevano. Sarà così anche, e certamente di più, per l’indomita moglie di Carlo, la senese Caterina Zani (il titolo del libro è preso dal cappello da lei indossato nel primo incontro con il futuro marito) che Oriana fa scagliare, incinta di tre mesi, contro l’oppressore Napoleone in passerella a Firenze sulla carrozza degli Asburgo Lorena: «Accident’a te e alla troia che t’ha partorito! Che statue sei venuto a rubarci, che guerre sei venuto a portarci, uccellaccio rapace?». Una visita che la scrittrice associa, per gli onori tributati, a quella cui lei stessa assistette di Hitler e Mussolini a Firenze. Mentre la ribellione all’invasore rimanda alla lotta partigiana che vide il padre di Oriana in prima linea e lei coinvolta come staffetta.

Oriana Fallaci fotografata da Angelo Cozzi nella sua casa di Greve in Chianti, nel giugno 1979
Oriana Fallaci fotografata da Angelo Cozzi nella sua casa di Greve in Chianti, nel giugno 1979
Ed ecco che Oriana rivive, nel secondo libro, anche in Montserrat, la spagnola che per le nozze esibisce sulla parrucca un veliero alto quaranta centimetri e lungo trenta, in omaggio allo sposo Francesco Launaro, marinaio di lungo corso che deve vendicare la morte del padre ucciso da crudeli pirati algerini; o, nel terzo libro, in Giovan Battista (detto Giobatta) Cantini, attivista politico anarchico. E poi, nel quarto, nella bellissima Anastasìa, repubblicana che ha una figlia da un aristocratico piemontese rimasto per sempre l’Innominato, la lascia in un orfanotrofio per andare in America dove rischia di finire sposata a un mormone nello Utah e poi arriva a San Francisco dove apre (probabilmente) un redditizio bordello. Quando torna in Italia ritrova la figlia e la vicenda acquista un sapore di feuilleton per un finale da film. Ma sono una cinquantina i personaggi principali della saga: cinque generazioni unite dagli oggetti riposti in una cassapanca del XVI secolo appartenuta a un’altra antenata, Ildebranda, accusata di eresia e bruciata dall’Inquisizione perché cucinava l’agnello in tempo di Quaresima («la mia antenata strega», amava vantarsi Oriana).

In quella cassapanca, che sarebbe andata in fumo nei bombardamenti su Firenze del 1944, l’Oriana bambina aveva trovato, tra l’altro, un abbaco e un abbecedario del Settecento, la lettera di un prozio arruolato da Napoleone e poi morto nella campagna di Russia, una federa che riportava una scritta preziosa, un paio di occhiali, una copia di un libro del Beccaria. Altri oggetti che le erano rimasti: un liuto senza corde, una pipa d’argilla, una moneta da quattro soldi dello Stato Pontificio e un vecchio orologio con i rintocchi di Westminster. Ma soprattutto insieme con questa Spoon River toscana c’erano le voci dei genitori Edoardo e Tosca, «divertita e ironica quella di lui», scrive nel prologo la Fallaci, «sempre pronto a ridere anche sulla tragedia. Appassionata e pietosa quella di lei, sempre pronta a commuoversi anche sulla commedia». Ed ecco che da questi pochi indizi, dai flebili ricordi, comincia la ricerca frenetica dei luoghi, delle date, delle conferme. Materiale per formare un sostrato storico sopra il quale i grandi romanzieri scatenano la fantasia. «Fu a quel punto che la realtà prese a scivolare nell’immaginazione e il vero si unì all’inventabile e all’inventato…». E la Fallaci mette al servizio di caratteri e situazioni la sua ammaliante scrittura passionale, arricchita da un sapore ironico e popolaresco: in fondo si tratta di un pezzo di storia d’Italia fatta da povera gente, per lo più indigenti e analfabeti.

«Mia zia è stata sempre affascinata dai racconti della famiglia», spiega Edoardo Perazzi, erede testamentario della scrittrice, il nipote che l’ha accompagnata fino alla morte. «Quando passavamo le estati nella casa del Chianti aveva il quaderno degli appunti sempre pronto per raccogliere ricordi, prendeva appunti non solo con i nonni ma anche con lo zio Bruno, giornalista di Epoca e del Corriere, e con altri parenti. Era la stessa ansia di trascrivere, per fare un esempio, lo struggente diario trovato a un vietcong morto in battaglia, finito poi integralmente in un capitolo di Niente e così sia. Eppure soltanto una decina di anni fa ci rendemmo conto che questo materiale stava per diventare un nuovo libro». Ma perché la storia si conclude nel 1889? «A dire il vero lei aveva cominciato a scrivere dal Novecento, inizialmente la saga si sarebbe dovuta fermare al ’44, alla cacciata dei nazisti da Firenze. Esistono molti appunti e un abbozzo della prima stesura. Ma poi le sembrò che quelle vicende vissute personalmente e raccontate un po’ in tutti i suoi libri, in questo caso intralciassero lo spirito romanzesco del libro. E si tuffò nel passato. Il materiale di ricerca accumulato per costruire questa saga è portentoso e spero che un giorno possa essere conservato in un fondo e utilizzato dal pubblico.

Dal costo del biglietto delle carovane del Far West agli eventi meteorologici di Radda e Greve in Chianti, Oriana è stata puntigliosa e sfiancante per chi le ha dato una mano. Ho trovato l’appunto di uno studioso dell’università di Boston che, esausto per la ricerca del nome di una certa nave che faceva la spola tra Plymouth e Livorno, la supplica di accontentarsi di quanto aveva trovato. Avrebbe voluto andare ancora più indietro nel tempo, Oriana: arrivare all’antenata bruciata o all’epoca in cui, secondo quanto detto da alcuni personaggi, il seme dei Fallaci era emigrato in Chianti dalla Firenze dell’epoca di Boccaccio, assediata dalla peste. Ma non aveva trovato documentazione di quei secoli e così è partita dalle prime notizie sicure». Perazzi ha lavorato con la redazione della Rizzoli per riportare nel testo le correzioni della quarta parte e ricostruire l’albero genealogico della famiglia allargata fallaciana che appare nei risguardi all’inizio del volume, mentre in coda si possono leggere le note del nipote e dell’editore in cui si evidenziano gli interventi e le piccole incoerenze non corrette. «Abbiamo mantenuto le imperfezioni da opera incompiuta per rispetto dell’autrice. Ma questa appendice, che comprende alcune pagine dattiloscritte con la scrittura di Oriana, sarà un altro motivo di interesse per i suoi ammiratori».

Ed eccoci nuovamente all’11 settembre. Oriana è sconvolta dall’attentato alle Torri, decide di rompere il suo silenzio decennale con un clamoroso articolo apparso il 29 settembre 2001 sul Corriere, intitolato La Rabbia e l’Orgoglio. Chiude la sua violenta invettiva con questa frase: «Stop. Quello che avevo da dire l’ho detto. La rabbia e l’orgoglio me l’hanno ordinato. La coscienza pulita e l’età me l’hanno consentito. Ora basta. Punto e basta». Ma poi non ce la fa a mantenere l’impegno e Un cappello pieno di ciliege non sarà più ripreso. «Superato il trauma mi dissi: devo dimenticare ciò che è successo e succede. Devo occuparmi di lui e basta. Sennò lo abortisco. Così stringendo i denti, sedetti alla scrivania. Ripresi in mano la pagina del giorno prima, cercai di riportare la mente ai miei personaggi. Creature di un mondo lontano, di un’epoca in cui gli aerei e i grattacieli non esistevan davvero. Ma durò poco. Il puzzo della morte entrava dalle finestre». La Rabbia e l’Orgoglio divenne così un libro, un successo da oltre un milione di copie. «Oriana si portò fino alla morte il cruccio di non aver messo la parola fine a quest’opera», continua Perazzi. «E forse non se lo perdonava. Nell’agosto 2006, nell’ultimo mese di vita, mi dava disposizioni di ogni genere ma non mi parlava del romanzo. Così un giorno presi coraggio. “Senti Oriana, io mi ritrovo anche questo tuo bambino (i suoi libri lei li chiamava così) ma cosa devo farne: pubblicarlo, chiuderlo in banca, bruciarlo?”. “Oh, ma che tu sei rincitrullito?!? Certo che lo devi pubblicare. Controlla che non ci siano puttanate e pubblicalo!”. Missione compiuta. Ma qualche berciata da Lassù è già stata messa in conto».



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giovedì, 24 luglio 2008

Non c'è niente di più bello di tornare a casa

Finalmente è finito il lungo calvario di questo uomo che stava morendo in carcere... finalmente potrà passare gli ultimi giorni che gli restano da vivere, dove tutti vorremmo essere il giorno della nostra morte, a casa propria e circondati dal calore dei visi dei propri familiari.
Ma questo sarà sufficiente a rendergli giustizia? Non penso proprio! Lascerà si il carcere ma solo perchè gravemente malato, ma non lo lascerà da uomo libero e innocente e morirà lasciando un'unica eredità: il dubbio!!


Dal Sole24Ore.com del 24/07/08

Accogliendo la richiesta di ieri del procuratore generale Ugo Ricciardi, il Tribunale di sorveglianza di Napoli ha deciso la scarcerazione di Bruno Contrada, l'ex funzionario del Sisde che sta scontando una pena a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. Lo conferma il legale di Contrada, Giuseppe Lipera, spiegando che «la detenzione è ora ai domiciliari» per gravi motivi di salute.

La richiesta di scarcerazione era stata avanzata dopo l'acquisizione di nuove perizie mediche sullo stato di salute di Contrada, redatte in seguito a ricoveri in day hospital al Policlinico di Napoli. I difensori hanno più volte presentato richiesta di differimento pena o, in subordine, di arresti domiciliari, per il loro assistito in considerazione dell'età, 77 anni, e dello stato di salute che, secondo i legali, lo renderebbero incompatibile con la detenzione. Richieste fino ad ora sempre respinte sia dal giudice di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, sia dal Tribunale di Napoli.
In una perizia di parte, depositata ieri, si sottolinea che «Contrada ha perduto 22 chilogrammi dal maggio 2007 ad oggi» e si evidenzia «lo stato depressivo del detenuto», una «grave forma di deperimento organico, caratterizzata da progressivo deterioramento di tutte le funzioni metaboliche, con debolezza, anoressia e dimagrimento, con escavazione dei tratti somatici».

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categorie: politica, mafia, intercettazioni, informazione, libero, libertà, contrada
martedì, 22 luglio 2008

Mameli e l'autodidatta

Scritto da Davide Giacalone il 21/07/08 da "Il Legno storto"
(sempre il numero uno... un vero fenomeno)

Pochi elementi, quelli essenziali, da suggerire alla memoria di chi alza il dito sbagliato. Goffredo Mameli era genovese, non salernitano. Morì giovanissimo, il 7 luglio 1849, a causa di una ferita infetta, procuratasi durante la difesa della Repubblica Romana. Michele Novaro, autore delle musiche dell’inno italiano, era genovese anch’egli, non trapanese. L’elmo di Scipio si riferisce a quello di Scipione, che era detto l’Africano ma non era extracomunitario. “Dall’Alpe a Sicilia, dovunque è Legnano”, non era l’anticipato desiderio di vedere regnare il simbolo di Giussano, ma resta il ricordo di una battaglia vinta dalla Lega Lombarda, quando i comuni dismisero il loro antico egoismo e si coalizzarono. “Ogn’un di Ferruccio ha il core e la mano”, si riferisce alla difesa di Firenze, non di Catanzaro. Peccato che sia più famoso l’italiano che uccise l’eroico Ferruccio, ovvero Maramaldo (“vile, tu uccidi un uomo morto”). “I bimbi d’Italia si chiaman Balilla”, non era un’antreprima mussoliniana, ma l’iniziatore della rivolta genovese, nel 1746.
La vittoria da far “schiava di Roma” era quella per l’indipendenza e la sovranità nazionale, che ebbe molti nobili patrioti del nord fra i combattenti ed i martiri. Avevano come avversari i servi delle potenze straniere e gli asserviti al papa-re. Con questo non voglio dire che non si possa alzare il dito, ma sapendo contro cosa e contro chi si potrà più documentatamene meditare sull’opportunità di riporlo altrove.

Visto che ci siete date un'occhiata anche ai commenti nati su Il Legno Storto in merito a quest'articolo...ma se proprio andate di fretta vi incollo qui sotto quello del nostro mentore.



 
Un dito a Mameli
Una sola precisazione, per la cronaca: sono un autodidatta.
Davide Giacalone
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GRANDE BUGIA è chiaramente ispirato all’omonimo capolavoro-inchiesta di Giampaolo Pansa. Questo libro, ultimo di una serie dedicata alla storia d’Italia nascosta dall’intellighenzia comunista, ha rappresentato per me un’illuminazione. E forte è cresciuto il desiderio di approfondire i temi e gli eventi che dal dopoguerra ad oggi hanno avuto solo una interpretazione, faziosa ed ipocrita. Nel suo piccolo questo blog si propone di dare voce anche a chi non la pensa come alcuni contemporanei telepredicatori e dubita fortemente dei messaggi divulgati dalla “cultura ufficiale”.

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