Povero onorevole Italo Bocchino, si è offeso lui. Per l'ennesima volta la maggioranza (?) parlamentare che abbiamo votato numerosi il 13 e 14 aprile è andata sotto alla camera su un emendamento proposto dall'opposizione. Ma come, ci stiamo chiedendo in questi ultimi nefasti giorni, avevamo vinto con numeri bulgari - soprattutto alla camera - e non si riesce a portare a termine un provvedimento senza l'uso della fiducia? Ecco...appunto...la fiducia...Johnny Dorelli negli anni '70 diceva che "la fiducia è una cosa seria" parlando di una nota marca di formaggi. Perdonatemi lo scontato accostamento ma credo che noi si sia dato troppa fiducia ad un'autentica banda de caciottari.
Avere la maggioranza assoluta e andare sotto alla camera a causa dell'assenza di 95 (NOVANTACINQUE) deputati tra PdL e Lega dà la misura dello schifo che per l'ennesima volta abbiamo autorizzato con il nostro voto.
Berlusconi, stragiustamente, si incazza e dice che il Senato è molto più efficiente della Camera e il pregiato onorevole Bocchino cosa fa? Si offende lui! Dichiara che «Le affermazioni del presidente Berlusconi sulla presunta superiorità del gruppo del Pdl al Senato rispetto a quello alla Camera sono infelici, irrispettose e irricevibili».
Incredibile...invece di chiedere scusa a nome dei suoi truffaldini colleghi lui si offende e dice che la critica di Berlusconi è irricevibile...
Sai cosa è irricevibile caro onorevole Bocchino?
E' irricevibile che una numerosa pletora di portaborse schifosi godano del privilegio del doppio incarico.
E' irricevibile che per i prossimi 4 anni il Tesoro verserà 50.309.438,09 euro all’anno a tutti i partiti grazie all'originale invenzione dei rimborsi elettorali.
A TUTTI I PARTITI! Compreso il tuo caro onorevole Bocchino.
E’ irricevibile che a dispetto delle propagande elettorali di snellimento della spesa pubblica aumenterete provincie, consulenze albi professionali, come da articolo qui sotto di Fausto Carioti.
Questa sera al tg5 Silvio Berlusconi ha parlato della necessità di un drizzone per l'Italia: mi auguro vivamente (e non credo di essere il solo) che inizi proprio da te, caro onorevole e sottosegretario dall'offesa facile.
VERGOGNA!
VERGOGNATEVI TUTTI!
ps. messaggio per Feltri: rompigli il culo a tutti!
Altro commento di Andrea che ha lasciato su un nuovo post di Paraffo “Tutta la verità sulle bugie degli ex-comunisti” che merita, di nuovo, un po’ della vostra attenzione.
Tratto da "La Stampa" del 30/07/08
Seguo l'esempio dei nostri amici Paraffo e Nico e, anche io, copio qui uno splendido commento che il mio "socio-maestro" ha lasciato questa mattina su un post di Paraffo "Due GRANDI BUGIE sul malfunzionamento della Giustizia", che merita veramente di essere evidenziato in modo da essere spunto di riflessione per tutti noi.
Inoltre, visto l'argomento, colgo l'occasione per consigliarvi di leggere quotidianamente il blog di Paraffo in questi giorni perchè il nostro amico sta pubblicando, a puntate, il capolavoro di Davide Giacalone "La Malagiustizia".
Come ci si può riempire la bocca di parole come "democrazia", "giustizia sociale", "stato di diritto", "rispetto della costituzione" quando più della metà della popolazione carceraria è in attesa di giudizio?
Quando solo chi ha i "capitali" per pagarsi la difesa può sperare di contrastare l'offensiva di una magistratura che si può permettere centinaia di milioni di spesa per - faccio un esempio - le intercettazioni?
Con che faccia certa magistratura si definisce "democratica"?
Fu il partigiano Scalfaro il primo ad assimilare il nostro regime carcerario a quello della "tortura", lo hanno dimenticato i moderni vati dell'una-dieci-cento-mille piazze?
Dove sono finiti i difensori dei diritti umani...radicali compresi?
Come si fa a non capire che la malagiustizia è la matrice di tutti i mali di questo paese?
Con che faccia di tolla si può negare che essa è il frutto degli inganni ideologici dei tanto decantati "padri costituenti"?
Come si fa a non capire che la Repubblica italiana è nata sulla base di abominevoli BUGIE?
Cosa aspettiamo a restituire dignità al concetto di "storia"?
Ora capisci Paraffo caro perchè, dopo aver letto Pansa, questo meraviglioso pamphlet di Giacalone, il libro del figlio di Calabresi, mi sono incazzato un bel pò e ho dato vita al mio blog.
Vedi, a me la politica interessa un bel pò, mi appassionano le dialettiche che si sviluppano sui temi dell'attualità, ma lotterò sempre per dissipare le ombre, le omertà, i delitti con cui taluni mascalzoni hanno incatenato la vita civile dell'Italia.
Qui, come dici sempre tu, ci vogliono distrarre con il teatrino mentre loro da 60 anni mettono in scena la tragedia. E nun se po fa...
Divulgazione ... con tutti i mezzi e con tutte le forze!

1 – Certo che questi sono gli unici coerenti con i loro valori di riferimento.
2 – Se nel 2008 le argomentazioni che vengono opposte alla nostra visione del mondo e della società sono ancora queste, siamo condannati a guidare il paese per i prossimi 100 anni.
Sul punto 2, al di là di ogni ironia, credo ogni approfondimento sia superfluo: rifondaroli, piddini e manettari impiegheranno ancora molto tempo a riprendersi dalla tranvata elettorale e i presupposti non giocano a favore di un loro imminente ravvedimento.
Il punto 1 invece è il risultato della perfetta applicazione delle “tecniche di comunicazione” di cui all’inizio del post. Eh si amici miei, perché scavando nei meandri del “teatrino” si scopre che questo “desiderio di unità delle estreme sinistre” ha motivazioni ben più terrene della opposizione al mostro mafioso di Arcore. Si da il caso che, a causa dell’esclusione dal parlamento per effetto della scuffia elletorale, i nipotini di Carlo Marx inizino ad avere seri problemi di cash: i 12 milioni all’anno di rimborsi elettorali stanno per finire, qui si rischia di dover mettere mano al patrimonio del partito. Che tra beni immobili (20 milioni di euro “valore catastale”), incassi dalle feste dell’Unità (inquantificabili), quote che i parlamentari eletti versavano al partito (8000 euro cadauno), contributi delle COOP, residui dei finanziamenti al PCI da parte dell’URSS, ammonterebbe a circa 100 milioni di euro, vale a dire più di 200 MILIARDI delle vecchie lire.
A quanto pare la lotta al capitalismo ha ben giovato al di loro capitale.
Diliberto e sodali stanno auspicando l’unione delle varie correnti per rifondare il comunismo in Italia, ma non credo a questo punto che intendesse unione di pensieri condivisi: lo assimilerei più ad un concetto di “colletta”. Un vecchio slogan mi torna alla mente alla luce di tutto ciò: caro compagno, tu lavora che io magno. Appunto.
La cosa curiosa è che di questo aspetto così volgare e decisamente poco morale della lotta politica ed ideologica non si sia occupato Libero (ormai votato alla denuncia degli sprechi della casta) ma l’illuminatissima Repubblica, in questo formidabile articolo a firma di Claudia Fusani.
Ne consiglio la lettura a tutti quei fenomeni che spesso intervengono su Grande Bugia accusandoci di sostenere il ladrone mafioso di Arcore.
(e le manette dove sono?)
La parola più idonea, a questa “scarcerazione” , secondo me è “paracula”.. si, una vera paraculata, un accanimento gratuito verso una persona innocente perché sappiamo tutti che se, era veramente colpevole, non avrebbe mai fatto tutti questi anni in carcere e nel caso degli arresti domiciliari, li avrebbe fatti magari in un lussuoso residence circondato dai sorrisi beffardi di moglie e figli… Che senso ha dargli gli arresti domiciliari a casa della sorella o ritenerlo “socialmente pericoloso”? Pericoloso per chi? Fisicamente lo vediamo tutti in che condizioni è ridotto, quindi! Pericoloso verbalmente? Ma non avrebbe potuto esserlo anche dal carcere stesso, se avesse voluto e se lo è davvero pensano che stando a 500 km di distanza dai mafiosi non potrebbe esserlo… le strade della comunicazione sono infinite!!!!
Una domanda mi sorge spontanea: “ Ma non è che niente niente i “socialmente pericolosi” sono i giudici?”
E tutto questo accanimento è dovuto al fatto che sanno benissimo che hanno preso lucciole per lanterne ma ne va della loro immagine da salvare per ammettere che hanno preso un bidone!!
Tratto da “Il Giornale” del 25/07/08
Non hanno potuto fare a meno di metterlo fuori dal carcere, ma è come se ce l’avessero lasciato. Ha dell’incredibile l’accanimento giudiziario nei confronti del settantasettenne ex funzionario del Sisde, Bruno Contrada, malato gravissimo, a rischio vita, assolutamente «incompatibile con il regime carcerario», secondo l’ultima agghiacciante perizia medica. Di fronte alla richiesta di scarcerazione per motivi di salute sollecitata dal procuratore generale, i giudici che per venti volte hanno respinto ogni istanza di remissione in libertà, si sono dovuti adeguare, ma a modo loro. E così, anziché scarcerarlo accettando il differimento della pena sollecitato dal Pg (condanna sospesa, possibilità di curarsi a casa senza restrizioni e controlli) gli hanno concesso gli arresti domiciliari. Non a Palermo, dove chiedeva Contrada e dove ad attenderlo c’è la moglie cardiopatica che non può viaggiare. Ma a Varcaturo, venti chilometri dalla gomorriana Casal di Principe, dove abita la sorella Anna.
Il motivo? Il moribondo Contrada secondo i giudici è ancora «socialmente pericoloso». Deve stare lontano dalla Sicilia e dai mafiosi come lui. Come se non bastasse, il provvedimento del tribunale di sorveglianza ha una scadenza: sei mesi, non un giorno di più. Dopodiché, se il vecchio poliziotto migliorerà anche solo un pochino, dovrà fare immediato ritorno in cella. Nel frattempo gli è fatto divieto di parlare con «persone esterne diverse dai propri congiunti con lui conviventi, il proprio coniuge e i figli». Ergo, visto che la consorte è gravemente malata e non si muove da Palermo, visto che i figli vivono e lavorano a Palermo, Contrada sulla carta dovrebbe stare solo. Peggio che in carcere, dove almeno divideva le sue giornate col collega Ignazio D’Antone e altri militari detenuti. Comunque sia, almeno un piccolo passo è stato fatto. I giudici hanno riconosciuto che il quadro clinico si è aggravato: «La condizione patologica - scrivono - è divenuta ulteriormente complessa tanto da richiedere un monitoraggio continuo e costante e un ricorso sempre più assiduo ai trattamenti sanitari che sono ritenuti necessari per fronteggiare adeguatamente i danni o i pericoli che siffatte malattie producono». Ovviamente si dice soddisfatto («a metà») l’avvocato Giuseppe Lipera e quei parlamentari che da tempo si battono a fianco di Contrada.
A cominciare da Amedeo Laboccetta di An che per primo ha dato notizia dell’avvenuta scarcerazione («però non capisco perché gli hanno dato solo i domiciliari e non il differimento della pena») e Stefania Craxi («Contrada è una vittima dei giudici, come mio padre»). Tra le new entry, a sorpresa, c’è il vicepresidente dei senatori del Pd, Nicola Latorre: «La scarcerazione di Contrada è una decisione giusta e tardiva».
Potevo non rendere omaggio a te e all’ultima ciliegia che ci hai donato?
Tu che come scrittrice, ma soprattutto come donna, sei riuscita a tirar fuori tanta rabbia ma anche tanto amore, facendoci piangere ed emozionare ma anche accaponare la pelle per quanto vere e forti erano le parole dei tuoi libri, delle tue urla, tu che hai sempre lottato per i tuoi ideali, per far uscire dal torpore chi non vuole, o peggio ancora, chi fa finta di non vedere, tu sempre contrastata dalle sinistre...che ai loro occhi eri solo una venditrice di libri, l’infedele nemica dell’Islam…
Molte cose si sono dette e scritte di te, c'è chi ne ha parlato bene e chi male… ma noi ti ricorderemo sempre e solo come Oriana, la nostra Oriana!Dimentichiamo per un attimo l’11 settembre e quello che ne seguì. Dimentichiamo la donna furente che si prese il titolo di paladina dell’Occidente contro le minacce non solo terroristiche ma anche culturali di un islamismo incalzante; la scrittrice che con l’acume impietoso proprio dei pensatori liberi coniò il termine Eurabia e frantumò brutalmente alcuni tabù sulla convivenza. Rewind. Andiamo indietro nel tempo, ma non troppo. Non all’epoca della grande giornalista in Vietnam e sugli altri fronti caldi del pianeta, dell’autrice di memorabili reportage per l’Europeo ripresi da tutte le testate internazionali; o della donna che raccontò l’ossessivo legame politico-sentimentale con Alessandro Panagulis nell’epico ritratto di Un uomo; o della star di Lettera a un bambino mai nato che lacerò e commosse il mondo con una storia intimamente femminile.
C’è un periodo nella vita di Oriana Fallaci rimasto per sua volontà nella penombra dopo i decenni da ruggente protagonista. 1991: Oriana torna a New York a conclusione dell’ennesima prova di inviato di guerra, il conflitto nel Golfo scatenato dall’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. Malgrado l’età non più verde, era salita su un aereo americano descrivendo per il Corriere una missione da brivido. Una cosa tipicamente da Oriana. Già 24 anni prima, in Niente e così sia, aveva raccontato con sgomento la sua esperienza in un raid al napalm per stanare i vietcong. Rientrata in America, la Fallaci scopre di essere malata di cancro. Lei lo annuncia l’anno seguente con clamore al Washington Post mostrando la solita tempra e un sentimento altalenante («Odio questo alieno che attacca la mia vita, vorrei sputargli in faccia, strangolarlo, distruggerlo. Ma sento che sono finita»). Rilascia, quindi un’intervista sulla carriera e sulla malattia a Gino Nebiolo per la Rai. Poi scompare. «Ma che si sa di Oriana? Dov’è finita la Fallaci?», erano le domande ricorrenti negli anni Novanta dentro le redazioni e tra i suoi cultori.
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| Oriana Fallaci fotografata da Angelo Cozzi nella sua casa di Greve in Chianti, nel giugno 1979 |
Un prologo e quattro parti che possono essere considerati libri compiuti a sé perché ciascuno riguarda la famiglia di uno dei quattro nonni della scrittrice. Una cavalcata storica che parte da metà del Settecento, mentre in Europa si respirano i fermenti dell’Illuminismo e si prepara aria di Rivoluzioni, e si conclude nel 1889, anno di morte di Anastasìa, bisnonna dell’autrice, il personaggio più avventuroso del libro, donna autonoma, ribelle, coraggiosa che approda e si afferma in America. Ma il fulcro della vicenda è la Toscana, è il Chianti, è Panzano, “quel poggio a mezza strada tra Firenze e Siena” che due secoli e mezzo fa era una terra di contadini poveri ma dignitosi. Una terra che già serbava, però, il tesoro di un’agricoltura vinicola invidiata nel resto del mondo. Ed è così che la storia sin dall’inizio sfiora la Storia con la “s” maiuscola: nientemeno che Thomas Jefferson, il principale artefice della Dichiarazione d’Indipendenza americana, possidente terriero in Virginia e appassionato agronomo. Jefferson propone al commerciante fiorentino Filippo Mazzei, suo amico, di impiantare oltreoceano un’azienda per la coltivazione della vite e dell’ulivo, chiedendogli di portare con sé una decina di contadini. Tra questi si offre per la spedizione Carlo Fallaci, secondogenito di Luca, mezzadro che nel podere di Vitigliano di Sotto lavorava per i Da Verrazzano, discendenti dell’esploratore che scoprì il fiume Hudson e la baia di New York.
Il microcosmo chiantigiano si confronta così con i vastissimi orizzonti del Nuovo Mondo ma non era ancora il tempo dell’America per i Fallaci: Carlo, biondo con gli occhi azzurri, proprio come l’Oriana, cede al suo carattere di toscanaccio orgoglioso: basta un disguido nel luogo dell’appuntamento per la partenza e decide di tornare al paese. «Nel 1773… corsi il rischio di non nascere», scrive Oriana nell’incipit. Perché Carlo è il primo tra gli “arcavoli” ritrovati in cui lei individua quei cromosomi di libertà e di ribellione che le appartenevano. Sarà così anche, e certamente di più, per l’indomita moglie di Carlo, la senese Caterina Zani (il titolo del libro è preso dal cappello da lei indossato nel primo incontro con il futuro marito) che Oriana fa scagliare, incinta di tre mesi, contro l’oppressore Napoleone in passerella a Firenze sulla carrozza degli Asburgo Lorena: «Accident’a te e alla troia che t’ha partorito! Che statue sei venuto a rubarci, che guerre sei venuto a portarci, uccellaccio rapace?». Una visita che la scrittrice associa, per gli onori tributati, a quella cui lei stessa assistette di Hitler e Mussolini a Firenze. Mentre la ribellione all’invasore rimanda alla lotta partigiana che vide il padre di Oriana in prima linea e lei coinvolta come staffetta.
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| Oriana Fallaci fotografata da Angelo Cozzi nella sua casa di Greve in Chianti, nel giugno 1979 |
In quella cassapanca, che sarebbe andata in fumo nei bombardamenti su Firenze del 1944, l’Oriana bambina aveva trovato, tra l’altro, un abbaco e un abbecedario del Settecento, la lettera di un prozio arruolato da Napoleone e poi morto nella campagna di Russia, una federa che riportava una scritta preziosa, un paio di occhiali, una copia di un libro del Beccaria. Altri oggetti che le erano rimasti: un liuto senza corde, una pipa d’argilla, una moneta da quattro soldi dello Stato Pontificio e un vecchio orologio con i rintocchi di Westminster. Ma soprattutto insieme con questa Spoon River toscana c’erano le voci dei genitori Edoardo e Tosca, «divertita e ironica quella di lui», scrive nel prologo la Fallaci, «sempre pronto a ridere anche sulla tragedia. Appassionata e pietosa quella di lei, sempre pronta a commuoversi anche sulla commedia». Ed ecco che da questi pochi indizi, dai flebili ricordi, comincia la ricerca frenetica dei luoghi, delle date, delle conferme. Materiale per formare un sostrato storico sopra il quale i grandi romanzieri scatenano la fantasia. «Fu a quel punto che la realtà prese a scivolare nell’immaginazione e il vero si unì all’inventabile e all’inventato…». E la Fallaci mette al servizio di caratteri e situazioni la sua ammaliante scrittura passionale, arricchita da un sapore ironico e popolaresco: in fondo si tratta di un pezzo di storia d’Italia fatta da povera gente, per lo più indigenti e analfabeti.
«Mia zia è stata sempre affascinata dai racconti della famiglia», spiega Edoardo Perazzi, erede testamentario della scrittrice, il nipote che l’ha accompagnata fino alla morte. «Quando passavamo le estati nella casa del Chianti aveva il quaderno degli appunti sempre pronto per raccogliere ricordi, prendeva appunti non solo con i nonni ma anche con lo zio Bruno, giornalista di Epoca e del Corriere, e con altri parenti. Era la stessa ansia di trascrivere, per fare un esempio, lo struggente diario trovato a un vietcong morto in battaglia, finito poi integralmente in un capitolo di Niente e così sia. Eppure soltanto una decina di anni fa ci rendemmo conto che questo materiale stava per diventare un nuovo libro». Ma perché la storia si conclude nel 1889? «A dire il vero lei aveva cominciato a scrivere dal Novecento, inizialmente la saga si sarebbe dovuta fermare al ’44, alla cacciata dei nazisti da Firenze. Esistono molti appunti e un abbozzo della prima stesura. Ma poi le sembrò che quelle vicende vissute personalmente e raccontate un po’ in tutti i suoi libri, in questo caso intralciassero lo spirito romanzesco del libro. E si tuffò nel passato. Il materiale di ricerca accumulato per costruire questa saga è portentoso e spero che un giorno possa essere conservato in un fondo e utilizzato dal pubblico.
Dal costo del biglietto delle carovane del Far West agli eventi meteorologici di Radda e Greve in Chianti, Oriana è stata puntigliosa e sfiancante per chi le ha dato una mano. Ho trovato l’appunto di uno studioso dell’università di Boston che, esausto per la ricerca del nome di una certa nave che faceva la spola tra Plymouth e Livorno, la supplica di accontentarsi di quanto aveva trovato. Avrebbe voluto andare ancora più indietro nel tempo, Oriana: arrivare all’antenata bruciata o all’epoca in cui, secondo quanto detto da alcuni personaggi, il seme dei Fallaci era emigrato in Chianti dalla Firenze dell’epoca di Boccaccio, assediata dalla peste. Ma non aveva trovato documentazione di quei secoli e così è partita dalle prime notizie sicure». Perazzi ha lavorato con la redazione della Rizzoli per riportare nel testo le correzioni della quarta parte e ricostruire l’albero genealogico della famiglia allargata fallaciana che appare nei risguardi all’inizio del volume, mentre in coda si possono leggere le note del nipote e dell’editore in cui si evidenziano gli interventi e le piccole incoerenze non corrette. «Abbiamo mantenuto le imperfezioni da opera incompiuta per rispetto dell’autrice. Ma questa appendice, che comprende alcune pagine dattiloscritte con la scrittura di Oriana, sarà un altro motivo di interesse per i suoi ammiratori».
Ed eccoci nuovamente all’11 settembre. Oriana è sconvolta dall’attentato alle Torri, decide di rompere il suo silenzio decennale con un clamoroso articolo apparso il 29 settembre 2001 sul Corriere, intitolato La Rabbia e l’Orgoglio. Chiude la sua violenta invettiva con questa frase: «Stop. Quello che avevo da dire l’ho detto. La rabbia e l’orgoglio me l’hanno ordinato. La coscienza pulita e l’età me l’hanno consentito. Ora basta. Punto e basta». Ma poi non ce la fa a mantenere l’impegno e Un cappello pieno di ciliege non sarà più ripreso. «Superato il trauma mi dissi: devo dimenticare ciò che è successo e succede. Devo occuparmi di lui e basta. Sennò lo abortisco. Così stringendo i denti, sedetti alla scrivania. Ripresi in mano la pagina del giorno prima, cercai di riportare la mente ai miei personaggi. Creature di un mondo lontano, di un’epoca in cui gli aerei e i grattacieli non esistevan davvero. Ma durò poco. Il puzzo della morte entrava dalle finestre». La Rabbia e l’Orgoglio divenne così un libro, un successo da oltre un milione di copie. «Oriana si portò fino alla morte il cruccio di non aver messo la parola fine a quest’opera», continua Perazzi. «E forse non se lo perdonava. Nell’agosto 2006, nell’ultimo mese di vita, mi dava disposizioni di ogni genere ma non mi parlava del romanzo. Così un giorno presi coraggio. “Senti Oriana, io mi ritrovo anche questo tuo bambino (i suoi libri lei li chiamava così) ma cosa devo farne: pubblicarlo, chiuderlo in banca, bruciarlo?”. “Oh, ma che tu sei rincitrullito?!? Certo che lo devi pubblicare. Controlla che non ci siano puttanate e pubblicalo!”. Missione compiuta. Ma qualche berciata da Lassù è già stata messa in conto».
Finalmente è finito il lungo calvario di questo uomo che stava morendo in carcere... finalmente potrà passare gli ultimi giorni che gli restano da vivere, dove tutti vorremmo essere il giorno della nostra morte, a casa propria e circondati dal calore dei visi dei propri familiari.
Ma questo sarà sufficiente a rendergli giustizia? Non penso proprio! Lascerà si il carcere ma solo perchè gravemente malato, ma non lo lascerà da uomo libero e innocente e morirà lasciando un'unica eredità: il dubbio!!
Dal Sole24Ore.com del 24/07/08
Accogliendo la richiesta di ieri del procuratore generale Ugo Ricciardi, il Tribunale di sorveglianza di Napoli ha deciso la scarcerazione di Bruno Contrada, l'ex funzionario del Sisde che sta scontando una pena a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. Lo conferma il legale di Contrada, Giuseppe Lipera, spiegando che «la detenzione è ora ai domiciliari» per gravi motivi di salute.
La richiesta di scarcerazione era stata avanzata dopo l'acquisizione di nuove perizie mediche sullo stato di salute di Contrada, redatte in seguito a ricoveri in day hospital al Policlinico di Napoli. I difensori hanno più volte presentato richiesta di differimento pena o, in subordine, di arresti domiciliari, per il loro assistito in considerazione dell'età, 77 anni, e dello stato di salute che, secondo i legali, lo renderebbero incompatibile con la detenzione. Richieste fino ad ora sempre respinte sia dal giudice di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, sia dal Tribunale di Napoli.
In una perizia di parte, depositata ieri, si sottolinea che «Contrada ha perduto
Scritto da Davide Giacalone il 21/07/08 da "Il Legno storto"| Un dito a Mameli | 21/07/2008 16:14 |