"A questo stronzo di Berlusconi gli facciamo un culo così. Gli diamo sei anni e poi lo voglio veder fare il presidente del Consiglio".
- Nicoletta Gandus –

Evvai! Corro a fare incetta di vasellina che ne ho di personaggi da sottoporre al delizioso trattamento. Inizierei con Antonio Di Pietro per avere tenuto in vita i nipotini di Stalin portando contemporanemente vagonate di merda nella vita di decine di persone costrette all'esilio sociale se non al suicidio, collezionando scatole di scarpe piene di soldi e vendendo e riaffittando a sè stesso prestigiosi immobili ai Parioli.
Poi passerei agli amichetti del suddetto, attenti protettori della classe operaia, ma in quanto protettori ben contenti di venderla al miglior offerente riservando per sè stessi il boccone del prete a fine giornata.
Non lesinerei colpi di bacino al pluriomicida-comunista-plurimiliardario-ragionier Grillo, che ancora oggi non si vergogna di aggiungere zeri al suo conto corrente grazie al geniale meccanismo della circonvenzione di incapaci.
Per me oggi può bastare anche perchè inizio ad avere una certa età e il medico mi ha raccomandato morigeratezza soprattutto nella gestione dei piaceri della carne. Lascio a voi il piacere di proseguire, ma se volete un consiglio non vi fate sfuggire la categoria dei giornalisti. I motivi sono strepitosamente elencati in questo post di Paraffo.
ps: qualcuno mi fa notare che non ho inserito nell'elenco Marco Travaglio, chiedo scusa ma la repulsione è troppa, rischierei brutte figure nel portare a compimento la "prestazione".
Il Csm si ribella a Napolitano, suo presidente e si arroga il diritto di giudicare sulla costituzionalità di una legge.
Due membri togati del Csm hanno deciso di dare uno schiaffo al Quirinale e hanno presentato una bozza di risoluzione sulla legge ''blocca processi'' che la boccia in nome della sua presunta anticostituzionalità. Livio Pepino e Fabio Roia citano l'articolo 111 della Costituzione e sostengono che la norma che sospende i processi per reati puniti con meno di dieci anni di reclusione viola il principio della ragionevole durata. Il testo che Pepino e Roia presentano al voto del Csm, parla esplicitamente di ''mancato rispetto del principio della ragionevole durata dei processi'', da cui ''discenderanno crescenti richieste risarcitorie'' in applicazione della legge Pinto. Ma i relatori avvertono anche che la norma ''oltre a ledere in modo assai grave gli interessi e le aspettative delle parti offese, può violare anche diritti dell'imputato''. Inoltre, sempre secondo Pepino e Roia,la norma approvata martedì al Senato nell'ambito del decreto sulla sicurezza farà fermare oltre la metà dei processi in corso. Come si vede i due togati, a nome di una corrente oltranzista della magiustratura, intendono proseguire sulla strada che porta diritto diritto il Csm ad essere una ''Consulta bis'', in palese, grave, aperta violazione della Costituzione stessa che assegna al Csm solo e unicamente compiti organizzativi, amministrativi e disciplinari interni al funzionamento dell'ordinae giudiziario. Nulla più.
Sta ora a Giorgio Napolitano decidere se tollerare che questa violazione della Costituzione da parte di alcuni membri del Csm può essere tollerata o meno. Sta a Napolitano, presidente del Csm, stabilire se è tollerabile che quel documento anticostituzionale, che peraltro condiziona il suo comportamento e le sue prerogative, può essere portato al voto dell'assemblea del Csm o deve essere bloccato. A norma di Costituzione, infatti, il giudizio di costituzionalità o meno di una legge può essere espresso solo e unicamente dal presidente della Repubblica e può essere valutato e giudicato solo ed esclusivamente dalla Corte Costituzionale. Da qui il ruolo eversivo di uan dichiarazione di costituzionalità espresso da Pepino e Roia a nome del Csm.
Il gioco è nelle mani di Napolitano che -a norma di Csotituzione- non può che imporre che quel testo del Csm non venga posto ai voti.
Se non lo farà, si tornerà ai tempi del peggior Scalfaro e la crisi istituzionale, il conflitto tra governo e Csm diverrà al calor bianco.
Questo post è in sostegno della campagna Attiviamoci e Diffondiamo promossa da Nico del blog Popolari Liberali.
Un gesto vale più di mille parole...
Da Alemanno.it
Oggi, mercoledì 25 giugno, al termine della riunione di Giunta, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, nell’ambito della razionalizzazione delle spese, riconsegnerà l’autovettura di rappresentanza utilizzata dalla precedente Amministrazione.
L’appuntamento con la stampa è alle ore 15 in piazza del Campidoglio.
(Ringrazio Nicoletta per la segnalazione dell'articolo)
Visto che in questi ultimi giorni ne ho sentite veramente tante di “cavolate” sulla sospensione dei processi ma che Andrea, con il post di questa mattina, ha saputo chiarire in modo semplice e completo, vorrei solo chiudere il cerchio copiando e incollando una frizzante botta e risposta che ho appeno letto tra alcuni commenti.
Dal blog di Paraffo del 24/06/08
Andrea: Domandina: chi glie lo spiega ai sostenitori del dialogo che tutta la polemica dell'opposizione si basava su fuffa e che, quindi, ammesso e non concesso che Berlusconi volesse dialogare dall'altra parte questa opzione era stata scartata in partenza?
Paraffo: Bella la tua domandina, Andrea ...Noi ci proviamo ma, come ti avrà insegnato la dura scuola della vita, a certuni è più facile metterlo in **** che in testa.
Che dire di più, avete detto tutto voi!!!!
Qualcuno sostiene che Berlusconi non possa chiedere la sospensione della salva-processi in relazione al procedimento che lo vede coinvolto insieme all'avvocato Mills.
In questo video il tutto è spiegato meglio.
Grazie all'amico Pensatore abbiamo recuperato il testo del
Ddl Senato 692 - Conversione in legge del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92, recante misure urgenti in materia di sicurezza pubblica
Articolo 2bis comma 8
L'imputato può richiedere al Presidente del tribunale di non sospendere il processo. Il Presidente del tribunale, valutate le ragioni della richiesta, le esigenze dell'ufficio e lo stato del processo, provvede con ordinanza, notificata con le modalità di cui al comma 3.
Tutta la legge QUI
Chi la invia a Di Pietro e Travaglio?
«Il buco del Comune di Roma è una delle più grandi bufale mediatiche costruite nel corso del tempo per ragioni politiche - ha detto il leader del Pd durante una conferenza stampa -. Ho atteso che i fuochi delle polemiche si spegnessero, era tutto inverosimile e in effetti si stanno spegnendo. Ma si è varcato un limite con le dichiarazioni del Presidente del Consiglio. Se si vuole attaccare una persona, allora ero sindaco oggi capo dell'opposizione, lo facciano pure, ma se si attacca una città alla quale ho dedicato sette anni della mia vita, allora la cosa cambia segno».
Ci sono storie che, anche a costo di sembrare monotoni e ripetitivi, non devono essere sepolte ma rispolverate di continuo perchè solo così, in un certo senso, possiamo stare vicini a quest'uomo e rendergli quella giustizia che non avrà mai!
di Angelo Crespi Tratto da cronache di Liberal del 21 giugno 2008
Lino Jannuzzi dice che presto potrebbero spostarlo al Celio a Roma. Visto da fuori il carcere militare di Santa Maria Capua Vetere è disumano nella sua scabra funzionalità. È comprensibile che Bruno Contrada ci stia morendo dentro.
Ci languirebbe perfino uno “ziovinozz imbelle ed imbecille” di quelli strafottenti cantati da Ezra Pound. Figuriam1ci un uomo di 77 anni avvilito, dopo 15 anni di processo. Uno spettro. Così figurava l’avvocato che anche in una recente intervista ha sentenziato «sta morendo».
Bruno Contrada, lo «sbirro più famoso di Palermo» come lo definisce Jannuzzi nel suo recente libro (“Lo sbirro e lo Stato”, Koinè editore, pp. 192, 14, 00), una sorta di j’accuse contro la magistratura italiana. Bruno Contrada per 30 anni a combattere la mafia e da 15 costretto a difendersi dall’antimafia. Adesso semplicemente “sta morendo”. E non c’è grazia che possa salvarlo, né eutanasia come lui stesso aveva supplicato gli concedessero. Contrada deve restare lì dentro il carcere perché è un simbolo per quelli che dicono che in questo modo si sconfigge la mafia. Poi deve morirci dentro il carcere così sarà simbolo anche per quelli che non hanno mai creduto nella sua colpevolezza, nonostante le sentenze.
Contrada lo sbirro che non fa più notizia e si merita al massimo sui quotidiani un taglio basso. Nessuno ha più il coraggio di battersi ancora contro il “teorema” per mezzo del quale i giudici ne hanno decretato la colpevolezza. Forse solo Jannuzzi che è ancora abbastanza giovane quando si tratta di smascherare le ingiustizie. Oppure Stefania Craxi che ha vissuto sulla pelle come una famiglia possa essere distrutta da troppa giustizia. Per gli altri Contrada è niente. Troppo difficile smontare il meccanismo che lo attanaglia: «concorso esterno in associazione mafiosa». Un accusa da cui non puoi difenderti. La Craxi nella prefazione del libro spiega: «è reato di dubbia fondatezza tanto fa non aver ancora trovato una formale collocazione e una formale disciplina all’interno del nostro codice penale.
Avviene allora che al momeno della condanna, non essendoci per il concorso esterno una specifica disciplina, si ricorre agli articoli 110 e 416bis del codice penale che riguardano però l’associazione mafiosa propriamente detta e il concorso interno (non esterno) nell’organizzazione criminale. Sono reati decisamente più gravi ed è dunque evidente la sproporzione della pena e la sostanziale ingiustizia che colpisce i condannati per consorso esterno. Non sono bastate due sentenze della Corte di Cassazione che sottolienano la necessità di configurare un reato più grave del concorso esterno per l’applicazione del 416 bis, per restiturie logica alla cose. Peggio ancora, la legge sull’ordinamento penitenziario, escludendo dalla concessione dei benefici le persone condannate per gravissimi reati, tra cui l’associazione mafiosa, sottopone allo stesso rigoroso trattamento anche le persone condannate per concorso esterno, senza alcuna differenziazione. È palesemente assurdo che due incriminazioni che hanno elementi costitutivi diversi, oggettivi e soggettivi, non abbiano un differenziato sistema di esecuzione della pena». Così Contrada è uno spettro e deve morire. Arrestato alla vigilia di Natale del 1992, lo “sbirro” è stato per 949 giorni sepolto vivo in un carcere militare appositamente riaperto per lui, solo per lui.
Poi l’interminabile processo. Condanato a dieci anni in primo grado. Assolto con formula piena in Appello. La Cassazione ha cassato l’assoluzione e lo ha rinviato a processo. Il secondo processo di appello lo ha ricondannato a dieci anni. La Cassazione infine ha approvato. Il tutto è durato 15 anni. A favore di Contrada nei vari processi hanno testimoniato cinque capi di polizia, due capi del controspionaggo, tre altri commissari per la lotta alla mafia, due generali della Guardia di Finanza, venti tra questori e funzionari di Ps, dieci ufficiali dei carabinieri, una cinquantina di agenti e due ministri. I giudici hanno creduto a mafiosi dichiaratisi pentiti, alcuni dei quali erano stati arrestati proprio da Contrada. «È inaccettabile - scrive Jannuzzi - che Contrada resti a marcire in galera, al posto dei criminali che sono stati liberati e stipendiati dallo Stato solo perché lo hanno accusato fino a morirne. Perché per quanto cerchino di nascondere la verità, questo è successo. E’ stato un criminale assassino, un mafioso che ha confessato di aver compiuto tanti assassinii da non poterli più contare, Gaspare Mutolo, che ha accusato Bruno Contrada e solo per sentiro dire. Ma era stato proprio Contrada ad inciminare Mutolo per l’assassinio del poliziotto Cappiello e a portarlo davanti al giudice assieme al boss Riccobono, il capo della cosca mafiosa di cui Mutolo fa parte.
Il giudice non ha creduto a Contrada e ha mandato assolti Mutolo e Riccobono. Quando, dopo molti anni, Mutolo ha accusato Contrada di complicità con Riccobono, che intanto era morto assassinato, è stato quello stesso giudice, proprio lui, a condannare Contrada per i suoi rapporti con lo stesso Riccobono. Il poliziotto indaga sull’assassinio di un suo collega e incrimina del cimine il mafioso, il giudice assolve il mafioso e manda in carcere il poliziotto al suo posto». Questo è quanto, in estrema sintesi. Sempre che si possa fare una sintesi di un caso di giustizia durato 15 anni. Un brocardo latino sentenzia: «res iudicata facit de albo nigrum, originem creat, aequat quadrata rotundis, naturalia sanguinis vincula et falsum in verum mutat». La cosa giudicata fa del bianco il nero... La verità processuale è dunque questa: Contrada mafioso. La verità umana: Contrada lo sbirro sta morendo in carcere e non c’è nulla da fare. Appena arrestato nel 1992 in una lettera alla moglie aveva scritto: «Adriana, non immaginavo che avessi la forza di sopportare la sofferenza che mi è stata inflitta: una sofferenza infinita, lancinante che mi pervade tutto l’essere. Soffro con il corpo, la mente, lo spirito. Continuo in modo assillante a ripetermi: come è possibile, perché?
Non ho alcuna risposta perché mi rifiuto di accettare l’idea che l’ingiustizia possa giungere a tanto. Ma ciò che mi fa soffrire di più è il dolore tuo e quello dei nostri figli Guido e Antonio. Quel poco che mi resta di volontà di continuare a vivere è per non aggiungere a voi dolore ad altro dolore. Cercherò di fare appello a tutte le mie residue forze, a non perdere la lucidità mentale, a non farmi sopraffare dalla prostrazione fisica e morale e lo farò per te, per Guido, così sensibile, per Antonio così fragile, ambedue così buoni ed affettuosi. Nessuno più di te conosce come io abbia vissuto, cosa abbia fatto per lo Stato, i sacrifici, le rinunzie, le preoccupazioni, i pericoli corsi, la dedizione totale alle Istituzioni, la fedeltà ai miei ideali di Patria sin da quando a vent’anni indossavo la divisa da Ufficiale dei Bersaglieri (e ne ero così felice ed orgoglioso).
Ora sono accusato di colpe infami, disonorevoli, le più gravi che possono essere addebitate ad un uomo, ad un servitore dello Stato: colpe che se avessi veramente commesso non chiederei per me la perdita della libertà in questo carcere ma la pena di morte! Ma io non ho fatto nulla di male, non ho mai trasgredito i miei doveri professionali: io sono innocente. Dillo a Guido ed Antonio, fà che non abbiano il minimo dubbio. Ti bacio Bruno». Dillo a Guido ed Antonio.
Padri che non hanno visto nascere e crescere i loro figli, madri e mogli morte senza averli visti tornare o peggio ancora attendere un corpo che sanno che non farà mai ritorno a casa, uomini che hanno trovato la forza di andare avanti solo nel desiderio di tornare a casa ma che sono morti senza averlo potuto fare, o a chi ci è tornato ed è costretto a vivere il resto della sua esistenza con la disperazione e le cicatrici indelebili che solo una guerra può lasciare avendo, sempre, davanti agli occhi tutto l’orrore vissuto, il sangue versato, il freddo degli inverni passati nelle trincee che ti congela il corpo e a volte anche il cuore, perché anche se hai l’obbligo di farlo rimanere caldo per la tua famiglia che aspetta e prega il tuo ritorno, tutto questo amore per rivedere i propri cari non è sufficiente per mantenerlo caldo.
Ecco cosa significa ricordare: non far rimanere senza voce a chi ha patito tutto questo, a chi dobbiamo non solo quello che siamo oggi ma anche la nostra vita
Dal Il Mascellaro del 23/06/08
Aderire al progetto per la realizzazione del “Giardino dei Giusti” ci dà la possibilità di ricordare le oltre 150.000 VITTIME CIVILI DI GUERRA ITALIANE, e per coloro che non possono ricordare, perchè non hanno vissuto certe tragedie, è importante che ci siano queste testimonianze. Uomini, donne e bambini hanno pagato a caro prezzo le barbarie e la crudeltà dei carnefici: con lacrime, sangue e sofferenze; a causa dei bombardamenti e delle mine hanno avuto nella propria carne terribili mutilazioni e invalidità; hanno subito impotenti dagli eserciti di occupazione e non, stupri e rappresaglie ingiustificate; sono stati gettati nelle “foibe” dalle truppe slave di Tito; ebrei, disabili fisici e psichici, diversi e avversari politici sono stati deportati in campi di concentramento dai nazisti, denudati e uccisi in massa nelle camere a gas ed i loro corpi bruciati nei forni crematori. Con la guerra civile, in Italia e in Europa, facendosi scudo con i civili, per creare odio fra le parti, entrambi i contendenti infierirono su di loro allo scopo di raggiungere, con delitti, i propri obiettivi di potere politico ed affaristico. Fra tutte le Vittime Civili di Guerra, indubbiamente ci sarà stato qualche “Giusto”: quanti, per salvare un famigliare o altre persone, hanno sacrificato la vita? Questi atti valorosi ben difficilmente sono noti, e solo eccezionalmente qualche testimone li porta a conoscenza: a loro è negata la gloria e riservato il dolore. Le Vittime Civili di Guerra, che hanno sofferto nel periodo 1940-1945 ed oggi in altre Nazioni, protagonisti involontari delle più cruente pagine della Storia, chiedono al mondo intero PACE PACE PACE.
Nella Seconda Guerra Mondiale le Vittime Civili di Guerra Italiane furono:
• 40.000 Morti per causa dei bombardamenti;
• 10.000 Morti per rappresaglia;
• 20.000 Morti infoibati dalle truppe slave di Tito;
• 80.000 Morti a causa delle mine, di ordigni bellici, di proiettili, nei campi di sterminio nazisti o per altre cause.
Si ipotizza che i mutilati ed invalidi siano circa il doppio dei morti ed inoltre decine di migliaia hanno perso un famigliare.
ps: ai sopraelencati vanno aggiunti 20.000 ca. morti dalla fine della Seconda Guerra alla fine del 1946 a causa delle rappresaglie indiscriminate dei partigiani comunisti.
