La Grande Bugìa

60 anni di lavaggio del cervello e menzogne della sinistra italiana. Orgogliosamente revisionisti!
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sabato, 31 maggio 2008

Gb e Fabio Franceschini chiedono udienza ad Alemanno

postato da grandebugia alle ore 08:50 | link | commenti (18)
categorie: video, sindaco, rom , zingari, alemanno, fabio franceschini
venerdì, 30 maggio 2008

Dedicato agli ottusi tinti di verde

Grande Bugia sin dai suoi - seppur recenti - albori ha dichiarato grande interesse per i temi dell'ambiente e delle risorse energetiche, sviscerando la natura menzognera del moderno spirito ecologista - come titolava un interessante pamphlet - verde fuori ma rosso, rossissimo, dentro.

Ora vi chiediamo 10 minuti di tempo (ben investiti ve lo garantisco) per fare un ripassino, grazie al completo, facilmente comprensibile, ma al tempo stesso rigoroso e scientifico resoconto di Franco Battaglia, pubblicato su Il Giornale di oggi.

Una volta lette le cifre, vi consiglio di dare un'occhiata al sito della Sorgenia (del democratico patron di Repubblica De Benedetti), poi fate 1+1 e mi dite se a pensare male non si rischi di azzeccarci.

Nucleare, che follia le centrali in Albania

Mi si dice che qualcuno avrebbe avanzato la proposta, visto che - parrebbe - non vogliamo reattori nucleari in casa, di costruirli in Albania. Viene spontaneo chiedersi: ma che razza di Paese siamo? Vabbé che vantiamo una plurisecolare storia di abdicazione alle nostre responsabilità militari e reiterato affidamento ad eserciti stranieri della sicurezza della penisola italica, però ci pare che qui si stia varcando il limite di ogni decenza. Senza neanche un filo di rossore, esportiamo, da anni, monnezza all’estero. Vabbé che per anni li abbiamo avuti al governo, ma i Verdi oggi non sono neanche all’opposizione: non ci sono più alibi, neanche per l’opposizione. Unici al mondo - unici - importiamo 50 miliardi di kwh elettrici da nucleare, per i quali paghiamo alla Francia, ogni anno, da 20 anni, più dell’equivalente di un reattore nucleare: un quarto del parco nucleare francese l’abbiamo costruito noi, col denaro delle nostre tasse. Ma vi rendete conto di quanto siamo stati coglioni? C’è bisogno di rinsaldare questa consapevolezza andando a pagare reattori nucleari in Albania? Scusate lo sfogo.

Proviamo ora a chiarire i termini della questione energetica. Ha fatto bene il ministro Scajola a preannunciare un piano energetico nazionale (Pen). Se mi consente un sommesso suggerimento, comincerei ad allestirne uno limitato al solo settore elettrico: chiamiamolo Pel. Orbene, il mondo sa produrre energia elettrica o da idrico, o bruciando petrolio, gas, o carbone, o da nucleare, o dalle tecnologie eolica e fotovoltaica (Fv). L’idroelettrico, che ad alcuni Paesi fornisce perfino il 100% del fabbisogno, è un’ottima tecnologia ma limitata dalla orografia locale. In Italia contribuisce col 15% (grazie a esso siamo uno dei primi Paesi in Europa che produce da rinnovabili: in percentuale di fabbisogno doppiamo la Germania) e potrebbe - e dovrebbe - essere raddoppiato. Il petrolio è troppo prezioso, va riservato alla petrolchimica e bruciarlo per produrre elettricità è un piccolo crimine che nessuno al mondo commette, eccetto noi, naturalmente. Anche il gas è prezioso: Usa e Gran Bretagna producono da esso il 20% dell’elettricità che gli serve, la Germania lo fa per il 10% e la Francia per il 5%. Noi - di nuovo, unici al mondo - lo facciamo per oltre il 50%. Il carbone è il combustibile fossile più economico, abbondante e diffuso nel mondo, e facilmente trasportabile: unici al mondo non lo usiamo come dovremmo (meno del 10%: la Germania, per dire, se ne serve per oltre il 50%). Il combustibile nucleare costa ancora di meno e ce n’è per migliaia di anni. Naturalmente, il vento e il sole sono gratis.
 
Per completare la fase di informazione, dobbiamo ora considerare il costo degli impianti. Per produrre uno solo dei 40 Gw di elettricità che assorbiamo, un impianto a turbogas costerebbe 1 miliardo, quello a carbone 2 miliardi, quello nucleare 3, quello eolico 6 e quello Fv 60 miliardi. Non bisogna essere degli economisti per comprendere che il Fv è totalmente fuori mercato: la spesa di denaro pubblico sul Fv andrebbe proibita e gli enti locali che lo stanno facendo ci stanno mettendo vieppiù in ginocchio. Il Fv ha anche un handicap, condiviso con l’eolico: la potenza Fv o eolica installata aggiunge zero capacità al sistema elettrico, perché zero è la potenza quando il sole non brilla o il vento non soffia. Detto diversamente, i miliardi spesi, tutti oggi, per un parco eolico (6) o per un equivalente impianto Fv (60) farebbero risparmiare, in 30 generosi anni di esercizio, mezzo miliardo di combustibile nucleare.

Stando così le cose, un mix razionale di produzione di energia elettrica dovrebbe, innanzitutto, escludere Fv ed eolico e sfruttare al massimo le potenzialità dell’idroelettrico. Quindi, dovrebbe usare: il nucleare, per soddisfare la richiesta elettrica di base (cioè quella che il Paese sempre richiede). Gli impianti nucleari sono i più costosi, lavorano meglio in continuo (venendo così prima ammortizzati) e bruciano combustibile economico. La richiesta superiore a quella di base, ma sempre nella norma, dovrebbe essere soddisfatta dal carbone. Le richieste di picco, dal costosissimo gas: gli impianti costano poco e ben si adattano a servire «da riserva calda», pronti ad avviarsi nelle eccezionali richieste.
 
E noi? Nell’immediato dovremmo: potenziare l’idroelettrico, convertire a carbone gli attuali impianti a petrolio, ridurre l’uso del gas (quindi, ministro Matteoli, dica «no» ai rigassificatori, che sono inopportuni, inutili, economicamente dannosi, e anche pericolosi) a favore, sempre nell’immediato, del carbone. E il protocollo di Kyoto? Volessimo soddisfarlo con l’eolico dovremmo impegnare 80 miliardi in 80.000 turbine eoliche; col Fv dovremmo impegnare 800 miliardi. Oppure, basterebbero 40 miliardi in 9 reattori nucleari (tanti quanti ne ha la Spagna): ma il primo andrebbe messo a Latina, non in Albania. Non dovrebbe essere difficile, per far rialzare questa Italia.


postato da grandebugia alle ore 19:38 | link | commenti (29)
categorie: economia, energia, nucleare, de benedetti, ecologismi, franco battaglia
venerdì, 30 maggio 2008

Radio GB on air

Dai nostri inviati sul territorio, un'ampia panoramica sulla marea nera che dilaga a Roma:

Pigneto: Dopo esser tornato al quartiere natìo tra gli applausi, Dario Chianelli - il reo confesso tra gli autori del raid xenofobo - confessa: "E' vero, tra di noi un nero" (in foto)


Qualche disinformato ha cercato di esporre una teoria secondo la quale il raid punitivo è partito per motivi legati ad un furto di qualche giorno prima ai danni dell'ex moglie di Dario, ma la verità alla fine viene sempre a galla: è la marea nera ed abbiamo le foto a dimostrazione.
Noi della redazione, vivendo in borgata da 34 anni, possiamo avere nostre teorie del tutto campate in aria: magari un regolamento di conti per mantenere il controllo del territorio, o magari una rappresaglia per punire i continuati furti ai danni dei residenti ad opera degli immigrati...
Però guardiamo in faccia la realtà perchè ci dicono che è la marea nera che avanza... e così sia.

La Sapienza: Dopo aver pacificamente atteso e preteso - di fronte al Tribunale di Roma - la liberazione dei compagni arrestati ingiustamente per la rissa di fronte all'Ateneo romano, i collettivi studenteschi donano altre perle di democrazia antifascista sequestrando il Preside della Facoltà assieme ad un suo collaboratore:
"Ci hanno di fatto sequestrato per almeno venti minuti. Lì fuori erano più di un centinaio, tutti dei Collettivi di sinistra. Non potevamo uscire. Poi hanno cercato di sfondare la porta prendendola a calci. Gridavano: "Dimettiti o ti mandiamo via noi", "Non ti faremo più insegnare", "Non potrai più mettere piede qui"». La voce di Guido Pescosolido, docente di Storia moderna e da sette anni preside della facoltà di Lettere all'università romana de «La Sapienza», non tradisce emozioni: «Sa, in sette anni di presidenza ho fatto il callo un po' a tutto. Ma questo episodio è oggettivamente gravissimo. Non mi è mai capitato di essere assediato in presidenza, con due segretarie e il collega Vittorio Vidotto, e di dover uscire scortato da venti poliziotti in borghese..."

Continua quindi l'avanzata dell'intolleranza fascista: a breve i collettivi studenteschi magari forniranno una lista dettagliata di chi può parlare all'Ateneo, e chi invece non può... d'altro canto l'Università non è luogo per tutti.
Soprattutto non è un luogo di tutti gli iscritti e non è un luogo di incontro culturale dove si deve insegnare il dialogo sulla base di tutto... ma chi insegna all'Università ?!? Parecchi di loro erano quelli con la hazet 36 cromata sempre in tasca. Cosa volete che sia...

Kledi Kadiu: Il famoso (quanto anonimo, per lo scrivente) ballerino di canale5 Kledi è stato selvaggiamente preso con le mani al collo da 3 fascisti xenofobi armati di telecamera che stavano riprendendo un saggio di danza presso la scuola di ballo della star defilippiana. Non si può certo trattare di 3 energumeni che magari operano sullo stesso campo del ballerino, o commissionati da qualcuno del settore che apprezza particolarmente i modi ed i passi della star al punto di riprenderlo con la telecamera dentro la sua stessa scuola. Gelosia di lavoro insomma...  no, assolutamente. Devono esser stati 3 fascisti, e pure xenofobi.



Mi raccomando... allineati e coperti... la marea nera avanza...
venerdì, 30 maggio 2008

Scopri "l'oggetto" mancante

        L'UNITA' 27 MAGGIO 2008



       L'UNITA' 30 MAGGIO 2008



In effetti tra quelli rimasti "coperti" un "nero" c'era,
eccolo...





postato da grandebugia alle ore 08:24 | link | commenti (9)
categorie: lunità, xenofobia, pigneto, stampa democratica
giovedì, 29 maggio 2008

Xeno-nazi-fasci... ma amici del Che


da Repubblica.it

L'uomo del raid del Pigneto, "l'italiano sulla cinquantina" cui la polizia cerca da cinque giorni di dare un volto, il più vecchio tra i mazzieri, il "Capo", arriva all'appuntamento ai tavolini di un bar che è notte. Ha i capelli brizzolati, gli occhi lucidi come di chi è in preda a una febbre. Allunga la mano in una stretta decisa che gli fa dondolare il ciondolo d'oro al polso.

"Eccome qua, io sarei il nazista che stanno a cercà da tutti i pizzi. Guarda qua. Guarda quanto sò nazista...". La mano sinistra solleva la manica destra del giubbetto di cotone verde che indossa, scoprendo la pelle. L'avambraccio è un unico, grande tatuaggio di Ernesto Che Guevara.

"Hai capito? Nazista a me? Io sono nato il primo maggio, il giorno della festa dei lavoratori e al nonno di mia moglie, nel ventennio, i fascisti fecero chiudere la panetteria al Pigneto perché non aveva preso la tessera". L'uomo ha 48 anni. Delle figlie ancora piccole. Una storia difficile di galera e di imputazioni per rapina. E, naturalmente, un nome. "Quello lo saprai molto presto. Il giorno che mi presento al magistrato, perché quel giorno il mio nome non sarà più un segreto. Mi presento, parola mia. La faccio finita cò 'sta storia. Ma ci voglio andare con le gambe mie a presentarmi. Nun me vojo fà beve (arrestare ndr.) a casa. Perciò, se proprio serve un nome a casaccio, scrivi Ernesto... ".

Indica la foto sulla prima pagina dell'edizione di Repubblica del 27 maggio. Quella scattata durante il raid con il telefono cellulare da uno dei testimoni dell'aggressione. "Ecco. Io sono questo qua. Questo cerchiato con il marsupio e la maglietta rossa, che si vede di spalle. La maglietta è una Lacoste. Adesso ti racconto davvero come è andata. Ti racconto la verità prima che mi si bevono. Perché la verità, come diceva il Che, è rivoluzionaria. La politica non c'entra un cazzo. Destra e sinistra si devono rassegnare. Devono fare pace con il cervello loro. Non c'entrano un cazzo le razze. Non c'entra - com'è che se dice? - la xenofobia. C'entra il rispetto. Io sono un figlio del Pigneto. Tutti sanno chi sono e perché ho fatto quello che ho fatto. Tutti. E per questo si sono stati tutti zitti con le guardie che mi stanno cercando. Perché mi vogliono bene. Perché mi rispettano. Perché hanno capito. Io ho sbagliato. E non devo e non voglio essere un esempio per nessuno. Ma per una volta in vita mia, ho sbagliato a fin di bene. E allora è giusto che il Pigneto veda scritta la verità. Se lo merita. E quella la posso raccontare solo io".

La "verità" di "Ernesto" ha un incipit. Giovedì 22 maggio. Quarantotto ore prima del raid. "A metà mattina, a una donna di cui non faccio il nome e a cui voglio bene come a me stesso, rubano il portafoglio in via Macerata. Non faceva che piangere. Un amico mio - un immigrato, pensa un po' - mi dice che se lo voglio ritrovare devo andare nel negozio di quell'infame bugiardo dell'indiano. In via Macerata. Perché il ladro sta lì. E' un marocchino, un tunisino, mi dice l'amico mio. Venerdì, verso mezzoggiorno, ci vado. Trovo questa merda di marocchino, o da dove cazzo viene, questo Mustafà, seduto davanti al negozio con una birra in mano. Una faccia brutta, cattiva, con una cicatrice. Mi fa cenno di entrare e nel negozio mi trovo lui, l'indiano bugiardo e un vecchio, un italiano. Il marocchino mi dice: "Tu passare oggi pomeriggio e trovare portafoglio". Io dico va bene e, te lo giuro, non mi incazzo, né strillo. Dico solo: "Dei soldi non me frega niente. Ma dei documenti sì". Ripasso il pomeriggio e quello mi dice: "Scusa. Non fatto in tempo. Torna domani". Io ripasso sabato mattina e quel Mustafà là, ridendo, sempre con quella cazzo di birra in mano, mi fa segno che i documenti l'ha buttati dentro una buca delle lettere. Allora non ci ho visto più. Mi è partita la brocca. Ho cominciato a strillare, dentro e fuori del negozio. In mezzo alla strada. E ho detto: "Se vedemo alle cinque. E se non salta fuori il portafoglio sfascio tutto"".

Alle 17 di sabato, dunque, arriva "Ernesto". Ma non da solo. "Eh no. Fermati. Fermati qui. Io arrivo da solo. Perché io voglio andare a gonfiare il marocchino da solo. Io quando devo fare a cazzotti non mi porto dietro nessuno. Il problema è che quando arrivo all'angolo con via Macerata non ti trovo una quindicina di ragazzi del quartiere? Tutti incazzati e bardati. Te l'ho detto. Mi vogliono bene. Avevano saputo della tarantella ed erano due giorni che sentivano questa storia di questo portafoglio. Evidentemente volevano starci pure loro e si sono presentati. Non l'ho mica chiamati o invitati".

"Ernesto" fa un cenno al cameriere. Chiede un whiskey di malto scozzese. Un "Oban". Strizza l'occhio. "Lo vedi questo? E' cresciuto con me al Pigneto". "Che stavo a dì? Ah sì, i pischelli. Io davvero non riesco a capire come si sono inventati la storia della svastica. Ma quale svastica? Io questi pischelli non li conosco personalmente, ma mi dicono che sono tutto tranne che fascisti. E, comunque svastiche non ce n'erano. Quei pischelli, per quanto ne so, si fanno il culo dalla mattina alla sera. E hanno solo un problema. Si sono rotti il cazzo di vedere la madre, la sorella o la nonna piangere la sera, perché qualche vigliacco gli ha sputato o gli ha fischiato dietro il culo. Te lo ripeto, io non l'ho chiamati. Io ce li ho trovati. E poi, scusa tanto sa, ma hai mai visto tu un raid nazista senza una scritta su un muro? Qualcuno si è chiesto perché, se era un raid, nessuno ha toccato per esempio i sette senegalesi che vendevano i cd taroccati in via Macerata? Lo vuoi sapere perché? Perché i senegalesi non avevano fatto niente. Perché sono amici. Perché portano rispetto e quando stava per cominciare il casino al negozio dell'indiano, gli ho detto di mettersi da una parte".

Forse "Ernesto" vuole solo coprire quei ragazzi. Forse la sua storia comincia a pattinare. "Aspetta. Io ti ripeto che i nomi di quei pischelli non li conosco e, comunque, se anche li conoscessi non li farei mai. Ma la dimostrazione che dico la verità sai qual è? E' che loro erano tutti coperti. Con i caschi, con i cappucci. E io invece ero l'unico a volto scoperto. Perché, come t'ho detto, io se devo andare a fare a cazzotti ci vado a mani nude, da solo e a viso scoperto. Te ne dico un'altra. La dimostrazione che sto dicendo la verità è che quando l'indiano di via Macerata mi vede e se la dà, dopo che gli ho sfasciato le vetrine, i pischelli si mettono a correre verso via Ascoli Piceno. Per me è finita lì. E non capisco quelli che vogliono fare. Allora li raggiungo a piedi e quando all'angolo tra via del Pigneto e via Ascoli Piceno vedo che stanno a fà un macello con i bengalesi, che si sono messi a sfasciare le macchine della gente del quartiere, cominciò a gridare. Grido: "A pezzi de merda che state a fa'? Annatevene da lì, a rincojoniti!". Per questo, come ho letto sui giornali, dicono che hanno sentito "il Capo" dare ordini in italiano. Ma quali ordini? Io li stavo a mannà a fanculo perché mi era presa paura. Avevo capito che casino stava montando".

Cosa aveva capito "Ernesto"? L'uomo butta giù il fondo di "Oban" rimasto nel bicchiere. Accende una Marlboro rossa. "Avevo capito che, senza volerlo, avevo slegato la bestia. Avevo capito che il veleno mio era il veleno di tutti. Sai perché penso che i pischelli sono andati dai bengalesi in via Ascoli Piceno? Perché quell'alimentari là, quello dove è andato a chiedere scusa Alemanno, due anni fa l'avevano chiuso per spaccio. Perché sotto il sacco dei ceci che dice di vendere, il bengalese ci teneva la droga. So che è andato assolto perché ha detto che la roba la nascondeva un marocchino. Sta di fatto che lì davanti è sempre un circo. Stanno sempre aperti. Anche alle cinque de mattina. Mi spieghi che cazzo si vendono?".

"Ernesto" chiede un altro wiskey. "La storia potrebbe finire qua. Ma non finisce qua". L'uomo, ora, ha voglia di raccontare chi è e come è cresciuto. "Perché tutto si deve sapere. Tutto. Perché poi, quando ti si bevono, i giornali scrivono un mucchio di cazzate". E' il quarto di cinque figli, "Ernesto". Suo padre è un carabiniere. Lo perde a 8 anni e finisce in collegio, perché a casa, al Pigneto, non si riesce a mettere insieme il pranzo con la cena. Quando esce dall'istituto, comincia a rubare. "Per fame. Ho sempre rubato solo per fame. E mai al Pigneto". A 24 anni perde anche la madre. Comincia a entrare e uscire di galera. Regina Coeli, Sollicciano, "dove a Pacciani, j'ho fatto 'na faccia tanto. Sto schifoso... ". "Sempre accusato di reati contro lo Stato... ". Contro lo Stato? "Sì, rapine in banca. Perché, le banche non sono dello Stato?". Ride, per la prima volta. Poi si fa di nuovo cupo.

"Il Pigneto era bellissimo. Da ragazzino giocavo a ruzzichella dove adesso ci stà quello schifo di isola pedonale. Dove adesso vomitano e pisciano fino alle cinque de mattina, ci stava il cocomeraro e quello che vendeva le cozze col limone. Posso sopportare che mentre vado al mercato a comprare il pesce per mia figlia che è una ragazzina, lei deve vedere uno che se tira fuori l'uccello e sui banchi del mercato ci piscia? Eh? Lo posso sopportare?". Il colore della pelle, dice, non c'entra. "Io ho litigato con tutti quelli che non portano rispetto alla gente del Pigneto. Bianchi e neri. Io ho fatto casino qualche settimana fa al pub di via Fanfulla, perché quattro stronzetti italiani non mi facevano rientrare a casa con le bambine e quando ho chiesto di spostare una macchina in doppia fila, mi hanno imbruttito dicendo: "Perché, se no che succede?". "Succede che te gonfio", ho detto. E si sono spostati. Ho litigato con degli algerini sotto casa, che mi stavano fregando il motorino. Ne ho appicciati al muro un paio e da allora sai come mi chiamano? "Grande mujaheddin. Grande talibano". Beh, l'altra sera m'hanno riportato le chiavi della macchina che mi ero dimenticato sul cofano. Hai capito, sì? Io non ce l'ho con nessuno. Io voglio bene ai neri e ai bianchi che rispettano gli altri. Che rispettano il Pigneto, che insieme alla mia famiglia è l'unica cosa che ho. Io sono cresciuto al bar Necci, hai presente? Sai, no? Quello del film di Pasolini "Accattone". Vai a chiedere di me lì. Vedi che ti dicono. Vai a chiede di me allo stagnaro di via Ascoli, o al bar di fronte. Vedi che dicono. Io ci sono poche persone che non rispetto. I bugiardi, i laidi, gli ipocriti, le pecore. E ti racconto ancora una cosa che mi devi promettere di scrivere".

"Ernesto" tira fuori l'ultima sigaretta del pacchetto di Marlboro, che poi accartoccia come carta velina. "Pifano. Daniele Pifano, hai presente? Collettivo di via dei Volsci. Autonomia, anni '70 e compagnia cantante. Beh, stai a sentire. Viene a vivere al Pigneto e due anni fa becca un fascistello che gli rompe il cazzo. Ti dico: questo qua lo umilia e gli distrugge la bici davanti a tutti. Io mi metto in mezzo e da allora, quando vedono Pifano, si scansano. E lui che fa? Sabato, dieci minuti dopo il casino, si mette con i centri sociali nell'isola pedonale a strillare che sono arrivati i nazisti al Pigneto. Ma come si fa? Ma che uomo sei? Ma che dignità c'hai a giocare sulla pelle del Pigneto e del sottoscritto? L'altro giorno ho provato a chiamare anche Luxuria, quella di Rifondazione. Gli ho detto: "Dovemo parlà". E lui: "Sì ma al telefono perché sono a Cosenza per una riunione". Allora io dico. Tu starai pure a Cosenza, ma al Pigneto, che è dove vivi pure tu, chi ci pensa?".

Chi ci pensa? "Ernesto" ride. "A pagare i wiskey ci pensi tu, perché io stò in bianco e devo pure pensare a trovare un avvocato bravo. Poi, quando sarà finita tutta questa storia, offrirò io. Ora vado. Mi raccomando. La verità. Io non sono un esempio per nessuno. Ma stavolta, davanti alle mie figlie, voglio che sia diverso. Non come le altre volte che m'hanno visto andare in Centrale o carcerato. Stavolta l'ho fatto per loro. E per il Pigneto. In fondo, non ho ammazzato nessuno. E tutto 'sto casino, non l'ho armato io"

(29 maggio 2008)


I marpioni dell'informazione hanno strumentalizzato a sufficenza questa storia, ma il frammento che mi interessa di più è quello dove viene descritto il comportamento del compagno Pifano. E mi riviene in mente quanto scritto sugli imbecilli di Verona, e sugli imbecilli dell'Università di ieri e, perchè no, sull'imbecille che ha aggredito il dee-gay l'altro giorno.
Ci si ostina a relazionare le violenze perpetrate da imbecilli con la salita al governo di centro-destra, e lo si fa in evidente MALAFEDE. Musica per le orecchie dei "collettivi"  e dei centri sociali  che , se non sono fautori, fungono da ottimi  amplificatori per i cervelli altrui.
Facile puntare l'attenzione su un fenomeno che è sempre esistito - e sempre esisterà, perchè la mamma dei cretini è sempre incinta - , mentre dietro si continua a perpetrare violenza ideologica impossibilitando e censurando coloro che non si vogliono far parlare, e pretendendo anche  l'impunità per chi  ha partecipato attivamente alla  rissa.
Invece, Mustafà continua a campicchiare coi soliti espedienti, e nessuno sembra volerci far caso, perchè se si parla di Mustafà, allora si è bollati come fascisti xenofobi.
State agli sgoccioli se vi attaccate a questi espedienti... la storia vi sta ingoiando.
mercoledì, 28 maggio 2008

Cattivi maestri e...MAESTRI!

Solo i ragionamenti guidati dal buon senso possono aprire le porte della conoscenza.
Da leggere e mandare a memoria.

   La Sapienza, le mazzate e la storia

di
Davide Giacalone da davidegiacalone.it


E’ grave, quel che è successo alla Sapienza. Non solo, e neanche tanto, perché gruppi d’estremisti si sono presi a mazzate, piuttosto perché le loro mani si muovono non coadiuvate dal cervello, in un’università che il rettorato non governa. Cominciamo dalla testa, quella universitaria: non è un errore, è una tragica dimostrazione d’insipienza l’autorizzare prima un convegno sulle Foibe ed il proibirlo poi “per ragioni di ordine pubblico”. Per quelle ragioni si chiama la polizia, non si cancellano gli appuntamenti. Alla Sapienza dovrebbero saperlo, dopo la figura meschina di un rettore che prima invita Ratzingher e poi si rimangia l’invito perché dei colleghi avevano da ridire sul processo a Galileo Galilei (1632!). La demenza si trovava in cattedra, perché nessun processo come quello consegna la certezza che il torto stesse dalla parte degli accusatori e del tribunale pontificio.

I giovani della destra vogliono parlare delle Foibe? Benissimo, l’università ne parli. Furono un crimine contro l’umanità e contro degli innocenti, gettati vivi in fosse naturali dalle milizie rosse di Tito. Ma anziché contribuire a che le ossa di quei poveri morti siano ancora utilizzate come oggetti contundenti, il compito dell’università dovrebbe essere quello di aiutare a capire. Che non è mai giustificare, ma capire. Gli italiani, fascisti, si comportarono da sterminatori della popolazione slava (il libro di Alessandra Kersevan potrebbe anche essere letto, commentato, criticato, come se fosse un’università, insomma), ed i partigiani titini approfittarono del clima bellico per una vendetta altrettanto etnica. Se ne parli, affinché la storia sia diversa dalla mitologia e la cultura aiuti a conoscere la realtà senza trasfigurarla secondo le tifoserie troglodite.

I giovani della destra vogliono parlarne solo per dire che i comunisti di Tito furono dei carnefici proprio in quanto comunisti? Si dia loro l’aula, si garantisca la loro sicurezza, ma s’insegni la storia per quella che è, senza dare la sensazione che quella pagina debba solo essere nascosta e taciuta. Se i professori della Sapienza non sono in grado di reggere questo confronto culturale vuol dire che la cattedra è l’ultimo posto dove dovrebbero stare.
Vale per le Foibe e vale per tutto, anche per il lavoro condotto da Giampaolo Pansa sulle vendette personali e gli eccidi perpetrati dai partigiani nel corso della guerra civile italiana. Non si tratta di sminuire il contributo che i partigiani diedero alla Liberazione ed alla cacciata tanto del regime fascista quanto dell’occupazione nazista, ma di chiarire che quella fu una guerra civile, appunto, e che la vittoria della democrazia e della libertà fu assicurato dalle truppe anglo americane, il che, dopo Yalta, ci consentì di trovarci dalla parte buona del mondo. La stessa fortuna non ebbero a Praga o a Budapest, e pagarono con il sangue. (A proposito, da uno dei libri di Pansa, “Il sangue dei vinti”, è stato tratto un film. Pare ci siano molti problemi a distribuirlo nelle sale, segno che quel che è accaduto alla Sapienza ha un’eco profonda in un Paese ancora incapace di guardare se stesso e la propria storia).

Sta di fatto che, dopo essersi sentiti negare la possibilità di tenere il convegno, i giovani di destra abbiano affisso dei manifesti di protesta. E qui la demenza si eleva al quadrato, perché entrano in scena quelli della sinistra, che avevano protestato ed ottenuto il diniego, e vanno a strappare e coprire quei manifesti. Tali antifascisti immaginari forse non lo sanno, ma il negare la parola a chi la pensa diversamente fu uno dei tratti caratterizzanti del fascismo, come di ogni dittatura. Si sono comportati da fasciti, insomma.
E mentre le loro mani s’affannavano a far scomparire la manifestazione di un pensiero, la loro mente neanche prevedeva l’ipotesi di potere pensare. Perché se lo avessero fatto si sarebbero accorti che il capo politico della destra, un signore che militò nel Movimento Sociale Italiano e fu seguace di Almirante, Fini, non solo è andato davanti alla fiamma che ricorda le vittime dell’Olocausto, ma si è spinto a dire una cosa incontrovertibilmente giusta: le leggi razziali, fasciste, furono il male assoluto. Ed ancora in queste ore definisce “vergognose” le parole di quello che fu il suo maestro. Se avessero pensato avrebbero tenuto in conto che il nuovo sindaco di Roma, Alemanno, anche lui con un passato da fascista, è andato subito a rendere omaggio alle Fosse Ardeatine, dove giacciono eroi dell’antifascismo e poveri disgraziati decimati per rappresaglia, il tutto con l’allora entusiastico consenso del fascismo ridotto a Salò, dove si trovava il futuro capo di Fini ed Alemanno. Se avessero pensato, insomma, si sarebbero accorti che non hanno vinto loro, incapaci di capire, ma ha vinto la Repubblica, la Costituzione, le scuole di libertà. Vinsero allora, grazie all’aiuto delle truppe alleate, ed hanno continuato a vincere, facendo tornare nell’ambito della libertà quegli avversari che per tanto tempo furono nostalgici degli sconfitti.

Quelle teste di rapa, insomma, si sono mostrati identici ai loro docenti: fermamente determinati a danneggiare la parte migliore del nostro mondo. Il fatto che s’incontrino alla Sapienza è più che sufficiente per chiedere che l’insegnamento universitario ritrovi la via della qualità, della competizione e della meritocrazia, in modo che tali docenti e tali discenti occupino permanentemente le aule di un’istituzione che non vale una cicca.

Da qui il discorso ci porterebbe altrove e lontano. Per adesso serve esprimere il più vivo rammarico. Non per le mazzate che si sono date, ma per il fatto che tutti gli altri studenti siano costretti a frequentare quegli stessi corsi.

E visto che ci siamo, ripassino anche sul tema ahinoi ancora attualissimo della Malagiustizia, con l'audio dell'intervento di Giacalone tratto dalla conferenza da noi organizzata.
Lo potete ascoltare QUI.
mercoledì, 28 maggio 2008

Cena di Solidarietà

Propongo quest'iniziativa non solo perchè  è organizzato da persone che conosco personalmente che stimo e apprezzo moltissimo ma soprattutto perchè sostengono una causa che mi sta molto a cuore.


Cari Amici,

vista la buona riuscita della manifestazione fatta nel 2007 al centro congressi "La Fornace", che ha visto la partecipazione di circa 230 colleghi, anche per questo anno abbiamo voluto inserire, nel calendario delle diverse iniziative che il CRA propone ai suoi associati, la proposta giunta dall'associazione IRENE Onlus che, fondata alcuni anni fa per volontà di pazienti e familiari di persone affette da neoplasia cerebrale, ha come obiettivo quello di aiutare le persone colpite da questa malattia e i loro familiari nell'affrontare i problemi sia di natura sanitaria che psicologica nonchè di radice sociale che questa diagnosi comporta.

L'Associazione IRENE fino ad oggi ha contribuito con la sua attività, anche grazie ai fondi realizzati con le iniziative del 2007, all'assistenza domiciliare per malati neuro-oncologici dimessi dall’Istituto Regina Elena raccogliendo fondi destinati a migliorare la qualità dell’’assistenza ai malati e a promuovere l’informazione  sulle neoplasie cerebrali.

Al fine di raccogliere nuove adesioni e fondi ’Associazione IRENE organizza una serata di incontro per il giorno 06 Giugno 2008 alle ore 20.00  presso il  CRA - ACEA in Via Angelo Battelli, 6 – Roma.

Il programma della serata prevede una cena  e uno spettacolo di intrattenimento. Per  partecipare all’iniziativa di sostegno a IRENE Onlus è richiesto un contributo minimo di 50 Euro.

Le adesioni possono essere comunicate  alla segreteria IRENE al 06-52662721 o al Sig. Palombi Duilio al 3357468070  o al Sig. Sarra Sergio al 3357802015 in alternativa per e-mail ad  irene@ifo.it - duilio.palombi@aceaspa.it  - sarra.cra@aceaspa.it


I

 


postato da bibbi1 alle ore 14:57 | link | commenti
categorie: roma, solidarietà
mercoledì, 28 maggio 2008

Alemanno si occupi di faccende più serie

Credevamo di essere gli unici a nutrire dubbi sui "primi passi" della neo-giunta capitolina. A quanto pare la compagnìa si sta allargando...



          Alemanno si occupi di faccende più serie

di Massimo Teodori da Il Giornale

La vicenda delle vie di Roma intitolate ai leader dei partiti della prima Repubblica - insieme ad Almirante anche Craxi, Fanfani e Berlinguer - sembra essere un altro festival dell'effimero su cui è inciampato il nuovo sindaco Gianni Alemanno, facendo quasi il verso al suo predecessore Veltroni.

Per anni i cittadini romani hanno dovuto sopportare la gestione del comune come politica dell'immagine mentre restavano irrisolti i grandi problemi della vita quotidiana di una città bellissima ma convulsa, deteriorata, e mai all'altezza delle sue funzioni. Noi intellettuali del centro storico apprezzavamo sì le iniziative culturali di Veltroni anche se orientate in maniera «strabicamente corretta», ma sapevamo anche che dietro di esse si nascondeva la realtà di un traffico impossibile, di trasporti pubblici primitivi, di una pulizia a singhiozzo, e di tanti altri gravi e meno gravi disservizi elementari che hanno reso Roma più vicina a Istanbul e al Cairo che non a Parigi, Londra e Berlino.

Con l'elezione di Gianni Alemanno, definitosi o definito il «Robespierre conservatore», speravamo che le fresche energie del sindaco si indirizzassero a quei problemi da sempre irrisolti, cominciando con il calibrare in tal senso le prime dichiarazioni che sono sempre significative del modo in cui un nuovo potere intende indirizzare la sua azione. Ed invece ecco che siamo qui a discutere dei nomi delle strade in un sorta di riffa tra gli eredi politici, ognuno dei quali vuole santificare anzitempo il suo illustre antenato. Il tutto condito con una retorica che non ha nulla da invidiare al veltronismo: «Città della solidarietà combinata alla sicurezza», «Roma città del festival del cinema, quello vero», «Città aperta al Mediterraneo» per finire con l'invocazione «Viva l'Urbe eterna» che ha il sapore del già sentito.
 
In linea di principio non abbiamo nulla in contrario sui nomi delle strade attribuite a politici contemporanei. Il buon gusto e il senso storico vorrebbe però che passassero un certo numero di decenni dalla morte prima di scegliere le figure pubbliche - statisti riconosciuti, benemeriti della nazione, grandi scienziati, e intellettuali che si sono fatti onore in Italia e nel mondo non per meriti partitici - a cui intitolare i siti della città di modo che la loro memoria rimanga alle future generazioni.

Questo semplice buon senso è stato in passato infranto nella toponomastica da non poche amministrazioni locali comuniste, non solo in Emilia ma anche a Roma, che hanno dedicato stradine e stradoni a Togliatti e persino a Stalin e Lenin. Ora, se vi fosse un minimo di etica pubblica e di coscienza storica in quest'era post-comunista orientata verso il centro-destra, si dovrebbe lanciare senza complessi una campagna per cancellare i nomi delle strade intitolate a personaggi che hanno compiuto assassini, anche di massa, o ne sono stati silenziosi complici. Fare insomma su scala politica quello che ha fatto Giampaolo Pansa con i suoi libri recenti. D'altra parte i post-comunisti del Pd non sono più tali, e dunque non sarebbe fuori luogo chiedere loro di rompere con un passato nel quale hanno osannato Stalin e non hanno avuto mai una parola critica sul Togliatti complice dei grandi misfatti del Comintern e del Cominform, ultimo dei quali l'Ungheria.

Ora è singolare che Alemanno si comporti in maniera diametralmente opposta. Ossia che per glorificare il suo antenato Almirante, il quale avrebbe il merito di avere evitato chissà quale guerra civile, si carica anche l'ex segretario del Pci. Il suo ragionamento è un nonsenso storico poiché dopo la guerra civile del 1943-45, in Italia c'è stata, pur se con tutti i limiti, solo una Repubblica democratica che si è difesa dagli eversori di destra e di sinistra. Non ha perciò l'intera operazione di elevare alla toponomastica Almirante bilanciandolo non solo con Fanfani e Craxi ma anche con quel Berlinguer che non ebbe gran coraggio nel tagliare il cordone ombelicale con l'Unione Sovietica.
La verità dell'intera vicenda capitolina è che nella classe politica italiana, quali che siano le svolte lontane e vicine dei singoli esponenti e dei partiti, non è mai penetrata - e chissà se mai penetrerà - la consapevolezza che il Novecento è stato, in Europa e in Italia, il secolo dello scontro tra totalitarismi e libertà. Uno scontro in cui al primo campo sono appartenuti il nazismo, il fascismo e il comunismo, e al secondo la democrazia liberale nelle sue diverse forme.



postato da grandebugia alle ore 08:03 | link | commenti (39)
categorie: roma, sindaco, rom , alemanno
martedì, 27 maggio 2008

Allarme democrazia

Le cripte debbono rimanere chiuse: lo impongono e lo pretendono. I paladini rossi della democrazia sbarrano di nuovo le porte a chi non li aggrada. Successe poco tempo fa col Papa, e succede oggi con chi vorrebbe allargare lo spettro della cultura facendo luce su episodi sfavorevoli alle loro storie da caminetto, vino rosso (o vodka) e salsicce,  sulla resistenza e sull’antifascismo.

Roma, 26 mag. - La presidenza della facolta' di Lettere della Sapienza e' stata occupata stamattina da numerosi studenti e studentesse che si definiscono antifascisti indignati per "l'agibilita' concessa dal preside ai neofascisti della fantomatica sigla 'Lotta Universitaria' (per un incontro in aula IV sulle foibe, ndr), inesistente all'universita' ed espressione del movimento neonazista Forza Nuova", spiega Giorgio Sestili, studente di fisica, tra gli animatori dell'occupazione.

L'incontro e' previsto per giovedi' alle 10 a lettere. "Non si puo' invitare una organizzazione di stampo razzista e neofascista, e' un fatto grave. Non ci sposteremo da qui fino a quando non arriveranno disposizioni diverse dall'ateneo - continua Sestili - o dal preside Guido Pescosolido che, pero', ha gia' detto che attende indicazioni dal rettore o dalla questura". I ragazzi intanto preannunciano che giovedi' mattina, alle 9, saranno "a lettere per presidiare la facolta' anche se sara' revocata la disponibilita' dell'aula". Nel frattempo e' stata scritta una lettera aperta alla facolta'.

"Chiediamo espressamente che i presidi e i docenti si espongano pubblicamente contro questa iniziativa - scrivono gli studenti - In una facolta' storicamente antifascista, in cui sessismo e razzismo non hanno avuto e non devono avere cittadinanza, non permetteremo agibilita' a chi fa del razzismo".Secondo gli occupanti, infatti, l'associazione promotrice dell'incontro, si "caratterizza per pratiche violente contro giovani e migranti di questa citta': l'aggressione al festival di Villa Ada nel luglio dello scorso anno e' uno dei tanti e drammatici esempi".

E "il leader e fondatore, nonche' relatore dell'iniziativa, e' Roberto Fiore, europarlamentare dell'estrema destra dal noto e poco pulito passato politico". "In un luogo che ha gia' vissuto la tragedia dell'assassinio di Paolo Rossi (ucciso dai fascisti del Fuan proprio sulle scale di Lettere nel 1966), in un luogo che si e' sempre dimostrato avverso a qualsiasi retorica fascista- si legge ancora nella lettera- crediamo sia intollerabile dare spazio a questi soggetti". Poi l'attacco al neo sindaco Alemanno: "con la destra al potere ecco cosa succede: sono evidenti anche all'universita'- chiude Sestili - gli appoggi politici a soggetti che non dovrebbero avere spazi. Una cosa del genere in passato non sarebbe mai accaduta".
(diregiovani.it)

E giù ancora con la filippica dell’antifascismo in tutte le salse, dimostrando per l’ennesima volta (purtroppo per le nostre tasche) che questi guasconi non sanno neppure cosa sia stato il fascismo, e  cosa si pensa di aver debellato abbattendolo: la libertà di informazione. Quella che puntualmente aggrediscono con i loro sconsiderati atti dittatoriali, pretendendo di decidere ciò che presso gli atenei debba esser ascoltato oppure no. Lor signori decidono tutto ciò che è meritevole di esser insegnato secondo i loro criteri a senso unico, omettendo volontariamente alcune tra le pagine più brutte della storia come le Foibe e l’eccidio dei partigiani bianchi.

Ciò di cui non tengono conto però è che finché esisterà internet e la voglia di informarsi del popolo, la strage della missione Strassera, gli eccidi nel Triangolo Rosso della morte con le rappresaglie ed i lavaggi di coscienza dei vili saranno sempre di pubblico dominio. Non basterà occupare un’aula universitaria per bloccare l’informazione, e non sarà sufficiente picchettare l’ingresso della mostra sulle Foibe all’Eur per  non svegliare le coscienze … La caccia al nazi-fascista in Italia ha macchiato i nostri fiumi di sangue innocente per consegnare le chiavi del nuovo paese alla madre patria comunista, e per imparare questo non ho avuto bisogno di aule letterarie o di mostre. I vostri rigurgiti antifascisti macchiano l’onestà ed il sacrificio di chi davvero ha sacrificato tutto per la democrazia ed ha combattuto il regime totalitario, ma non per consegnare l’Italia ad altri regimi quale il vostro !

Questi atti sono solo l’ennesima riprova del vostro odio nei confronti della democrazia…

Come i miei soci, orgogliosamente revisionista.

martedì, 27 maggio 2008

Nelle discariche anche la fuffa.

                                   

Pochi punti “essenziali” dell’intervento di Guido Bertolaso in collegamento ieri sera a Porta a Porta bastano a chiarire una situazione per la quale fin troppe inutili parole e strumentalizzazioni sono state adoperate.

1)      L’inquinamento delle falde acquifere e dell’aria circostante è causato dalle discariche clandestine, per loro stessa natura create al di fuori di ogni regola, senza studi di fattibilità e conseguenti accorgimenti tecnici per la messa in sicurezza. NON MI RISULTANO MANIFESTAZIONI E CONSEGUENTI BLOCCHI A TALE TIPOLOGIA DI DISCARICHE. DOVE ERANO I MANIFESTANTI QUANDO I CAMORRISTI RIEMPIVANO LE LORO TERRE DI RIFIUTI TOSSICI?

2)      Le nuove discariche compresa ovviamente quella di Chiaiano) verranno realizzate quindi “solo dopo avere effettuato studi sul territorio” ed alla luce del sole. La cittadinanza avrà una sua delegazione presente in loco, in modo di potersi confrontare “scientificamente” con i tecnici nominati dal sottosegretario Bertolaso.

3)      Se le discariche sono realizzate secondo i moderni criteri scientifici possono essere anche collocate a ridosso dei centri abitati “come avviene in moltissime altre località italiane”.

4)      La discarica di Chiaiano non è “dentro il centro abitato”, esso va attraversato per raggiungerla, ma va anche detto che in quella zona l’abusivismo edilizio, senza la relativa messa in opera di adeguate infrastrutture (strade), è a livelli più che massimi. E questo vale per tutta la Campania, basterebbe farsi un giretto dalle parti del Vesuvio – che nessuno ci garantisce non erutterà mai più – per rendersi conto di quanto gli abitanti ci tengano alla “messa in sicurezza” del proprio habitat.

5)      Il sottosegretario Bertolaso è, prima ancora che responsabile della protezione civile, un medico. Avrà un minimo di competenza e sensibilità verso le tematiche della salute umana?

6)      Il sedicente geologo intervenuto a Porta a Porta la settimana scorsa per difendere le cause degli insorti è stato pubblicamente sbugiardato dall’Associazione Italiana Geologi con documento letto ieri sera da Vespa.

7)      Il governo, avendo indetto il primo consiglio dei ministri a Napoli, come ha detto La Russa ci “ha messo la faccia”. Difficile ipotizzare che voglia perderla dopo aver riconquistato con tanta fatica la fiducia degli italiani.

 

Sui tempi di realizzazione vi rimando QUI.

Nel frattempo la magistratura va avanti.

Tutto il resto sono chiacchiere e demagogica FUFFA.  

postato da grandebugia alle ore 09:50 | link | commenti (4)
categorie: napoli, bertolaso, la russa, munnezza
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